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mercoledì 22 febbraio 2017

La campana di vetro - Sylvia Plath

La campana di vetro - Sylvia Plath
Pagine: 234
Edizione: Mondadori
Titolo originale: The bell jar


TRAMA                                                           
In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi come un cavallo da corsa in un mondo senza piste. Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.


RECENSIONE                                                          
Niente all'inizio di questa storia lascia presagire che il tema sia la malattia mentale. Senza introduzioni nè presentazioni ci viene dipinto un quadretto di scenari adolescenziali che hanno per protagonista una giovane ragazza di cui a malapena conosciamo il nome.
Questa racconta in prima persona e tralascia parecchio l'introspezione e l'analisi psicologica per concentrarsi sui fatti che le avvengono attorno e su quelli a cui prende parte durante un soggiorno a New York, vinto con una borsa di studio, che assomigliano in tutto e per tutto a ciò che potrebbe normalmente accadere ad un'adolescente "in vacanza", che si lascia trascinare dall'atteggiamento irruente di una migliore amica attraente, piena d'iniziativa e un po' arrogante. Più volte la nostra protagonista sembra celarsi nella sua ombra e finisce per essere travolta dal turbine che da lei scaturisce: viene trascinata a feste e presentata ad individui poco raccomandabili o lei stessa, influenzata da chi la circonda, finisce per buttarsi in serate poco piacevoli, in situazioni incomode. 
Nella sua quotidianità e nei suoi pensieri non mancano i ragazzi, come nella vita di ogni teenager che si rispetti, ma ogni suo approccio con il mondo maschile sembra essere nient'altro che un esperimento, ogni volta quasi fatalmente destinato al fallimento. In questa parte della storia non mancano i flashback che si alternano al presente. Verso la fine di quella che potremmo chiamare la prima sezione del romanzo, quando la ragazza comincia a starsene più isolata dal gruppo e quando il rientro a casa diventa imminente, la dimensione intima finisce per prevalere: l'io narrante si concentra sempre più sulla sua passione per la scrittura e per la lettura, in particolare per i racconti brevi o le poesie; il lettore intuisce che il suo più grande sogno e anche la più terribile pressione sulla sua esistenza è l'idea di poter diventare, un giorno, una scrittrice. A poco a poco si avverte un'angoscia crescente, soprattutto nel momento in cui la nostra eroina si trova a rispondere "non lo so" alla domanda su come si immagini il proprio futuro, dopo che per anni aveva avuto sempre la risposta pronta, come se questa fosse preconfezionata, su misura per lei, appresa a memoria e ripetuta a macchinetta quando richiesto. Questo - l'idea del futuro preconfezionato e coerente con ciò che la società si aspetta - è solo uno degli elementi che finiscono per formare una pesante e opprimente campana di vetro, che con un tonfo sordo cala sulla protagonista, rinchiudendola in una gabbia buia e soffocante in cui si sviluppa la sua follia. Dopo il suo rientro dal soggiorno a New York, infatti, la storia subisce una radicale svolta: quasi senza nessun sentore o preavviso, Esther Greenwood impazzisce. Conosciamo finalmente il suo nome per intero, che ci entra nella testa a causa delle numerose volte in cui le infermiere della clinica psichiatrica o gli psicologi lo pronunciano. Come se tornando a casa si levasse la maschera dell'adolescente gioiosa che era durante il soggiorno, la protagonista diventa una figura immobile e apatica: non si lava più, non legge più e non dorme più, rintanata per innumerevoli giorni ma soprattutto notti nella propria nera depressione. Il tono prevalentemente vivace della prima parte, concentrato soprattutto sui fatti, viene sostituito da una voce cupa e rauca che riflette un'interiorità tarlata, corrosa. Molto più spesso ci si lascia andare a brevi descrizioni, che non occupano più di cinque o sei righe, ma che sono ricche di immagini allusive ed evocative, sempre rientranti nel campo semantico della cupezza, dell'oscurità, della morte.
Questo romanzo di Sylvia Plath scaturisce da un'esperienza autobiografica: l'autrice, come Esther, dopo aver svolto studi brillanti e aver ottenuto una borsa di studio tentò il suicidio e venne sottoposta a cure psichiatriche una volta tornata a casa. Identificare le due persone, quella reale che scrive e quella immaginaria che ne diventa l'immagine, come un'unità è molto semplice: Esther parla in prima persona e dalla sua narrazione traspare il dolore della scrittrice stessa. 
Mi hanno sempre affascinato le storie di malattie psichiche che si svolgono in ospedali psichiatrici e analizzano i casi più disparati. Penso che questo romanzo, però, un po' si distingua dagli altri, perchè la follia viene raccontata su un piano interamente personale, quasi tralasciandone gli aspetti "scientifici": Esther racconta ciò che sente dentro di sè, gli istinti che la colgono, mentre la terapia non viene analizzata se non in rapidi flash.
L'elettroshock non è altro che un attimo, le sedute dal primo psicologo sono brevissime e inconcludenti, pressochè vuote di contenuto; la descrizione delle cliniche non è molto approfondita e solo rapidi sprazzi di quotidianità vengono riportati. Addirittura i colloqui
con la dottoressa Nolan - dei quali il lettore capisce tramite fuggevoli cenni che sono più lunghi, approfonditi e utili - non vengono riportati se non quando la voce narrante si ricorda di una cosa che ha riferito e la riporta così, come per caso. Il processo che la porta fino alla guarigione è come cancellato; lo sprazzo di tempo collocato tra l'inizio del ricovero e la possibile uscita è come offuscato da un'intensa luce davanti alla quale si può intravedere qualcosa solo stringendo gli occhi a fessura. Ciò mi lasciata un po' titubante, perchè avrei trovato molto più interessante capire a fondo i meccanismi mentali che scattano durante la riabilitazione, mentre qui l'accento è posto soprattutto, o anzi solamente, sul periodo oscuro di estremo dolore che la precede. Se state cercando un romanzo che descriva in modo più preciso il tipo di malattia, come la si cura e gli ambienti psichiatrici questo non fa per voi. 
In generale, però, La campana di vetro è una lettura scorrevole e adatta per chi è affascinato dalle dolorose deformazioni della mente e semplicemente da come queste si riflettano sull'Io. Inoltre, trovo che sia scritto molto bene e che ci siano parti liriche, in cui la protagonista sembra entrare in una dimensione di profonda connessione con la propria intimità, descritte splendidamente. 


VOTO                                    

sabato 11 febbraio 2017

Segnalazione uscita Dunwich edizioni - The last Valkyrie: Tre anelli - Tre re, Jennifer Sage

Il giorno 13 febbraio non perdetevi l'uscita di questo nuovo romanzo, primo di una trilogia, firmato Jennifer Sage, edito da Dunwich Edizioni: una storia in cui i miti nordici sono protagonisti e si alternano amore, sensualità, avventura e antiche profezie. 

The last Valkyrie: Tre anelli - Tre Re - Jennifer Sage
Pagine: 400
Edizione: Dunwich Edizioni
Genere: Paranormal romance / Fantasy erotico

Potrete acquistarlo cliccando qui a partire dal giorno 13 febbraio, a 3,99€ in formato ebook o 14,90€ in formato cartaceo.


TRAMA                                                        
Un genocidio ha spazzato via le Valchirie, le uniche messaggere capaci di viaggiare liberamente fino ad Asgard e nel Valhalla, oltre agli Dei. Allo stesso tempo, una magia nera tiene segregati gli Dei ad Asgard fino a quando il Ragnarok non sarà completo, e tutti gli Dei e i regni saranno distrutti, in modo che nuove divinità possano salire al trono.
La nascita di Kara su Midgard non è stata registrata e, dalla morte della sua stirpe, ha vissuto nascosta presso il Drago a cui darebbe l'anima. Il suo amore per Zane è un pozzo senza fondo e, nonostante la compagna del Drago sia morta nel genocidio, Kara non può fermare i suoi sentimenti. Non riesce a controllare il suo cuore più di quanto non riesca a capire come essere una Valchiria e liberare gli Dei. Zane è stato il suo mondo per più di due secoli, mantenendo segreti che potrebbero mandarla completamente in frantumi.
Rune ha concubine e contratti, ma adesso ha il compito di insegnare la magia a una Valchiria ormai sola per fermare la nazione Pro Ragnarok, come lui stesso la chiama. Rune non prende parti, ma conoscere il piacere...lo conosce molto, molto bene. Qualcosa di cui Kara ha bisogno da moltissimo tempo e che le è sempre stato negato. Il suo cuore appartiene a Zane, il suo Drago, ma lui non è mai stato davvero suo. 
Illustrazione a cura di Claudia di Phatpuppy Art
Un viaggio attraverso l'amore, il lutto, la magia e la redenzione nel più improbabile dei luoghi.


L'AUTRICE                                                               
Jennifer Sage ricevette i primi riconoscimenti di scrittrice sin dalla seconda elementare, quando le venne concesso il premio Giovane Autore nello Stato della Florida. Le sue poesie erotiche sono state pubblicate e condivise in tutto il mondo, i suoi libri apprezzati a livello internazionale.
Nel 2011 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Immortal Dreams, subito seguito da Immortal Bound. I due volumi sono parte di una serie fantasy/suspense/romance ambientata in uno scenario urbano. Keltor, primo libro della serie The Guardian Archives, è stato pubblicato nel 2012 ed inserito nella categoria dei paranormal romance. I due seguiti, Ratha - la magia interiore e Dante - parte prima, sono stati pubblicati anche in Italia. È in arrivo in Italia anche la seconda parte di Dante, in uscita nell'estate 2017. 

giovedì 2 febbraio 2017

La luna e i falò, Cesare Pavese

La luna e i falò - Cesare Pavese
Pagine: 211
Edizione: Einaudi


TRAMA                                                                              
Il protagonista, Anguilla, all'indomani della Liberazione torna al suo paese delle Langhe, dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell'amico Nuto, ripercorre i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza in un viaggio nel tempo alla ricerca di antiche e sofferte radici. 


RECENSIONE                                                                   
Il protagonista di questo libro non ha nome, non ha radici, non ha una famiglia. Fin dall’inizio si presenta come un atomo solitario vagante per l’universo, che finisce per atterrare nella valle del Belbo, come per caso, più che per scelta. Qui incontra qualche suo simile, ma soprattutto elementi poco reattivi con lui. Gli viene dato un nome, Anguilla, diversi tetti sotto cui stare, ma non si sentirà mai al suo posto. È formidabile il modo in cui Pavese riesce a rendere la condizione ambigua di questo soggetto, l’espatriato, tipica figura dei suoi romanzi. L’espatriato è colui che alla ricerca di una vita migliore, del proprio posto nel mondo o semplicemente per fare fortuna si sposta dal paese d’origine e viaggia, soprattutto all’estero e nelle Americhe. Ma un giorno, spinto da un richiamo interiore, torna alla propria terra d’origine con tutto ciò che questo comporta, trovandosi a dover confrontare il cambiamento e lo spaesamento. Tale condizione richiama quella di Pavese stesso, che durante la sua vita venne condannato a tre anni di confino in Calabria con l’accusa di antifascismo. 
Il suo Anguilla è un bastardo che convive senza apparente difficoltà con questa sua natura dai tratti sfumati, indefiniti. Sembra star bene senza sapere chi l’ha messo al mondo, di che colore erano gli occhi di sua madre, qual è la sua vera terra, la sua vera casa, tutto ciò che compone il suo vero Io. Semplicemente atterra per caso sulle rive del Belbo, a Santo Stefano in Piemonte, come un piccolo uccellino incapace di volare piomba al suolo.
All’inizio del racconto egli è adulto. Lo incontriamo al momento del suo ritorno dopo aver fatto fortuna in America e compiamo insieme a lui un percorso a ritroso: l’infanzia nella famiglia adottiva, l’adolescenza nella villa della Mora con le tre belle Silvia, Irene e Santina. Soprattutto quest’ultima parte è come dilatata, occupa moltissime pagine. Le avventure adolescenziali di Anguilla sono quasi nulle, la sua realtà è scandita dal lavoro nei campi, dalla sua diligenza. La sua persona è quasi invisibile in questa parte della narrazione, si affida all’osservazione, a guardare gli altri vivere la propria giovinezza al posto di viverla lui stesso. È un personaggio  che si mantiene nell’ombra e resta sconosciuto tanto agli altri personaggi quanto al lettore stesso. Passa le sue giornate in un atteggiamento di modestia, devozione e senso del dovere; a lavorare, a svolgere i compiti che gli sono affidati. Non si capisce perché lo faccia, dato che nei suoi pensieri finisce per prevalere sempre il fascino del rumore del treno che passa, diretto verso mete sconosciute, o i sogni di uno spazio più aperto, impregnato di libertà. Le sue uniche gioie sono la visione di Silvia, il suo amore di lontano che mi ha ricordato un po’ quello del Dolce Stil Novo o l’ammirazione di Leopardi verso la giovane omonima; l’ascolto delle canzoni che Irene suona al pianoforte con le sue mani ben curate. Le due fanciulle sono una parte essenziale del racconto, pur non entrando quasi mai in diretto contatto con Anguilla, mantenendosi sempre ad un gradino di distanza rispetto a lui, che si limita a guardarle di sotto in su. L’unica idea certa che come lettrice sono riuscita a formarmi sul personaggio di Anguilla è che lui sia in realtà superiore alle ragazze, che le guardi inconsapevolmente dall’alto verso il basso, grazie al suo animo ricco di ambizione e aspirazioni di grandezza che si oppone alla superficialità e sostanziale nullafacenza delle due.  
I ricordi seguono quasi sempre l’ordine cronologico, nonostante spesso ci siano dei balzi in avanti, perché ci si concentra su quelli più vividi o su momenti cruciali. Ci sono poi flash del successivo trasferimento a Genova, delle prime relazioni con le donne, e qualche capitolo viene dedicato anche all’America, ma solo in modo fugace. Il tanto bramato desiderio di allargare i propri orizzonti viene quindi esaudito, ma non sembra essere così soddisfacente e fondamentale come sembrava: scompare nell’ombra del passato nella terra della giovinezza, che viene riscoperta nel presente.
L’espediente del ritorno dopo molti anni da parte del protagonista permette di intrecciare il filone dei ricordi alla vita presente. Tanto l’ambientazione quanto le persone vengono come ritratte in maniera speculare, com’erano e come sono.La condizione che Anguilla trova al suo ritorno viene rappresentata emblematicamente dalla famiglia stabilitasi nella casa della sua infanzia: una famiglia misera, composta da persone brutte, vecchie, deformi.  La cosa più agghiacciante è che il narratore rifiuti lo sguardo critico, a favore di un lucido tagliente realismo. Lo storpio, giovane Cinto è agli occhi di Anguilla ciò che sarebbe stato lui se fosse rimasto nel paesino, cristallizzato e immutabile come un minerale in una realtà ignorante e statica. La drammaticità del suo destino ritrae tutta la tristezza della condizione di ristagno di chi affonda le proprie radici nella povertà; esso sembra inoltre rispecchiare la crudele sorte riservata alle tre belle sorelle della Mora, come a voler dire che dall’adolescenza del protagonista, appartenente ad un tempo ormai concluso, fino all’età adulta del presente le
cose non siano cambiate. Come se le belle e ampie valli ricche di coltivazioni siano perseguitate da anni da una maledizione che si abbatte su chi non ha il coraggio di cambiare la propria vita, di lanciarsi verso un ignoto futuro migliore.
Un filo conduttore nella vita del protagonista è Nuto, prima mentore e poi amico alla pari. È un personaggio d’effetto, che si stampa nella memoria del lettore e vi resta. Ha personalità, senso della giustizia e ideali corretti in un mondo dagli orizzonti ristretti e forgiato nel pregiudizio bigotto. Pur restando sempre “nei paraggi” egli ha avuto il coraggio, seppur solo per qualche anno, di ribellarsi al destino che gli era stato riservato, ovvero quello di proseguire il lavoro del padre, e ha preferito spostarsi, cambiare continuamente la sua posizione sulla mappa grazie al mestiere di musicista. In quegli anni si è dato ad una vita libertina, fatta di frequenti notti in bianco nei campi dopo le feste di paese, continuamente spostandosi nelle cittadine circostanti come fosse il pifferaio magico con una schiera di giovani ballerini brilli al seguito.  Una vita spavalda interrotta dall’orrore e dalla crudeltà della guerra, che riporta tutti con i piedi per terra, attenti alle necessità primarie e alla sopravvivenza.
Pur nella sua semplicità, ho trovato questo libro molto denso. La sostanziale mancanza d’azione  permette di immergersi nelle profondità dell’animo umano, di indagare la bramosia che spinge nelle viscere delle persone più umili. È un romanzo, soprattutto, che mi ha trasmesso tristezza, come se la depressione di Cesare Pavese non potesse evitare di impregnare la sua scrittura. Essa traspare, in più punti, in modo velato ma percepibile: un’amarezza della vita che fa da sfondo costante. 


VOTO                                            

martedì 24 gennaio 2017

Berlin Alexanderplatz - Alfred Doblin

Berlin Alexanderplatz - Alfred Doblin
Pagine: 500
Edizione: BUR


TRAMA                                                                 
Il romanzo epico Berlin Alexanderplatz, ambientato nella Berlino anni '20, narra le vicende di Franz Biberkopf, ex detenuto alla prigione di Tegel, che ritornato in città si ripropone di vivere onestamente. Verrà ostacolato nel suo proposito da compagnie sbagliate e da un destino più grande di lui. Cadrà tre volte fino alla presa di coscienza definitiva. 


RECENSIONE                                                    
Ho dovuto leggere Berlin Alexanderplatz per un esame universitario e a causa dei commenti che mi erano giunti all'orecchio, non l'ho iniziato con particolare entusiasmo. Tale è rimasto il mio approccio per tutta la durata della lettura, che mi è risultata decisamente pesante e poco gradevole. Per finirlo entro un determinato giorno, mi ero imposta un certo numero di pagine da leggere ogni giorno e spesso non riuscivo a terminarle perchè le trovavo decisamente poco coinvolgenti. 
Il libro si compone di vari elementi, perchè l'autore vi applica la tecnica del montaggio: alla storia di base aggiunge riferimenti biblici e alla classicità, ma soprattutto flash di tutto ciò che il protagonista incontra sul suo cammino, andando per le strade di una Berlino anni '20, che hanno l'obiettivo di riprodurne l'atmosfera caotica. Essi si compongono di elenchi infiniti di nomi di vie, fermate dei tram oppure di oggetti esposti nelle vetrine dei negozi, notizie riportate sui giornali ed episodi di cronaca che vengono raccontati per filo e per segno, nonostante non siano funzionali allo sviluppo degli eventi. Vengono utilizzati inoltre vari stili narrativi, come il monologo interiore, il discorso indiretto libero e spesso si passa dalla narrazione in terza persona ai pensieri dei personaggi senza nessuna introduzione, cosa che provoca un certo spaesamento nel lettore. Mi ritrovavo a non capire di cosa si stesse parlando per intere righe. 
Tolti tutti questi ostacoli alla lettura, l'intreccio di base non sarebbe neanche male, bensì ricco di azione e colpi di scena e anche spunti di riflessione. Si racconta la storia di Franz Biberkopf, che uscito dalla prigione di Tegel, nel momento della reintroduzione in società si ripromette di vivere onestamente. Gli si oppone un destino più grande di lui, che ne scrive la sorte. Ciò ricorda un po' gli eroi epici nelle mani delle divinità, ma a differenza di questi Franz è un antieroe che subisce gli eventi in modo passivo e che, una volta compiuti errori madornali, si rifiuta di compiere un auto-analisi volta a migliorarsi e a riconoscere i propri sbagli per poi porvi rimedio. Preferisce atteggiarsi in maniera arrogante, affermando la forza del proprio Io di rimettersi in piedi ogni volta, nonostante tutto. Ciò lo porta a cadere tre volte fino ad un momento decisivo di drammatica svolta. 
Il finale presenta un quadro a mio parere geniale, che però perde la sua essenza nella solita narrazione inframmezzata da elementi inutili: il confronto di Franz con tutti i suoi errori che lo vanno a trovare come personificazioni realmente esistenti, tridimensionali, che lo affrontano e lo interrogano.
In generale, anche i personaggi presentati sono interessanti, presentano tratti psicologici e comportamenti originali. Contribuiscono a costruire l'immagine di una Berlino povera e criminale in cui la gente sopravvivere solo tramite sotterfugi e reati. 
So che lo stile riflette un particolare approccio al mondo dell'autore e che si tratta, ovviamente, di una scelta ragionata e volutamente provocatoria, ma ha reso la lettura un incubo in certi punti e ciò ha oscurato tutti i possibili lati positivi ed espedienti narrativi originali. 


VOTO                                           

Le cronache degli Arcangeli - Alexis Ann Flower

Saluto il 2017 con quasi un mese di ritardo, a causa della sessione d'esame. Inauguro l'anno nuovo con la recensione di tre racconti delle scrittrici riunitesi sotto lo pseudonimo di Alexis Ann Flower, che formano parte delle Cronache degli Arcangeli e delle avventure della Cacciatrice Cassandra: Anche i demoni hanno un cuore, Azrael, Cuore di ghiaccio.




RECENSIONE                                                                
Questi tre brevi testi, di una decina di pagine l'uno, si concentrano su brevi sprazzi d'azione e ruotano attorno a uno o due personaggi, che i lettori dovrebbero più o meno già conoscere se hanno letto i romanzi precedenti della saga. Io li avevo lasciati da molto tempo, dopo aver preso una certa familiarità con il loro carattere e le loro avventure, eppure sono servite poche pagine per rinfrescarmi la memoria. Mi ero affezionata a loro, le trame coinvolgenti avevano sempre catturato la mia attenzione; i tipi umani, o per meglio dire angelici, mi avevano colpito per le loro forti passioni, i loro animi focosi ed impulsivi, quasi portati all'eccesso dalla loro esistenza extra-umana. Nonostante normalmente mi piaccia leggere romanzi più impegnati, classici o pesanti tomi, queste storie che si collocano nel genere fantasy-surreale-romance mi sono sempre sembrate piacevoli.
Il primo racconto, Anche i demoni hanno un cuore, mi ha come "solleticato": ha punzecchiato il mio desiderio di vedere oltre, che si è arrampicato dentro di me fino ad uscire allo scoperto. Mi sembrava di vederlo, personificato, davanti alla pagina, impegnato ad esprimere con il tono più perentorio possibile la pretesa di saperne di più su una storia d'amore ad uno stato in potenza, e non ancora in atto, tra la mutaforma Amael e l'arcangelo Uriel, che la lascia con la promessa che si sarebbero presto rivisti. 
Quello che mi è piaciuto di più è stato però l'ultimo, Cuore di ghiaccio. È, a mio parere, quello meglio strutturato e meno sbrigativo, nonostante debba concludersi in pochissime pagine come tutti gli altri. Si concentra su Samael, un arcangelo che ha rinnegato la sua natura per l'amore e, dopo averlo perso, si è recluso tra le alture del Wyoming per condurre una vita ascetica a contatto con la natura. Si presenta come un personaggio sicuro di sè, con una grande forza d'animo e fedeltà al ricordo della moglie scomparsa, a cui ha dato una sepoltura monumentale. Nel corso della narrazione, viene inserito anche un flashback che ci riporta ai tempi della nascita del loro amore e introdotta un'ambientazione che non avrei mai pensato potesse risultare consona in una serie di storie di genere fantastico: Samael, arcangelo della Giustizia, lavora in un'aula di tribunale ed interviene a decidere i destini anche nei casi più comuni. L'idea di introdurre un simile contesto mi è sembrata originale e diversa, e trovo che abbia arricchito il racconto con un elemento fuori dagli schemi.
Azrael è l'unico che ho trovato un po' troppo veloce nella narrazione: parla di una battaglia tra l'arcangelo Azrael e Belial, il braccio destro di Lucifero, che si conclude rapidamente, cosa che pare sminuire l'importanza dell'evento, che in realtà è determinante. 
Nel complesso, però, questi tre flash d'azione hanno contribuito a riaccendere in me la curiosità di leggere sviluppi ulteriori di questa saga, di scoprirne nuovi risvolti. Spero che un sequel possa presto permettermelo.


VOTO                                           

mercoledì 4 gennaio 2017

Ricordi dal sottosuolo - Fedor Dostoevskij

Ricordi dal sottosuolo - Fedor Dostoevskij
Pagine: 142
Edizione:  Feltrinelli
Titolo originale: Zapiski iz podpolja


RECENSIONE                                                    
Voglio salutare il 2017 con la recensione di una delle maggiori opere di Dostoevskij, nonchè una delle mie ultime letture del 2017.
Ho incontrato Dostoevskij per la prima volta con Le notti bianche, una lettura molto piacevole e ricca di significati filosofici, ma che dal punto di vista narrativo si presenta comunque molto semplice e breve. Avevo voglia di qualcosa che fosse di più. L'occasione è arrivata quando mia madre mi ha regalato L'idiota, un volume imponente di tantissime pagine che ho letto durante l'estate libera dopo la maturità e che mi ha lasciata incantata per la maestria nel gestire gli intrecci e la forza caratteriale dei personaggi. Le mie aspettative sono andate aumentando, ma non mi aspettavo che il mio giudizio positivo sull'autore subisse una tale esplosione in positivo dopo la lettura di Ricordi dal sottosuolo. Comincerei elogiando la struttura geniale del libro. Come ne L'idiota, le prime pagine sono le più pesanti ma anche le più importanti: esse servono da fondamenta di tutto il resto del libro, per preparare il terreno allo sviluppo della trama. La prima parte "Il sottosuolo" è completamente astratta. Scritta con il metodo del monologo interiore ci introduce senza mezzi termini nella mente del protagonista, che espone il suo stile di vita, le sue teorie esistenziali e filosofiche con cui si relaziona alla vita, o meglio rifiuta di relazionarvisi. Egli sta rinchiuso nel sottosuolo, ovvero in una condizione di chiusura nell'odio e in se stesso, ovvero in un nucleo malato, fatto di egoismo e disperazione. Si capisce nel corso della storia che egli, a dispetto di ciò che fieramente afferma, vorrebbe uscire da questa condizione, ma non ne è capace perchè tenta di superare lo stallo utilizzando le stesse armi con cui vi si rintana: nell'amore, o anche solo nei più semplici rapporti di convivenza, nel condividere il marciapiede con un uomo altolocato egli ricerca sempre di imporre il proprio io sugli altri. La soluzione, per Dostoevskij, sta nel rapporto di completa comunione con gli altri, che si raggiunge solo grazie al sentimento dell'amore cristiano. Questo dovrebbe bucare e far esplodere la bolla di individualità in cui l'uomo è però necessariamente rinchiuso: la situazione appare quindi senza reale via d'uscita, la soluzione resta un'utopia.
Nella seconda parte, "A proposito della neve fradicia", si vede in applicazione concreta ciò che prima era stato solamente teorizzato. Il personaggio vive diverse esperienze, quelle che lo porteranno in seguito così convintamente a rintanarsi nel suo buco, in cui si nota la sua incapacità di rapportarsi con l'esterno, la sua incoerenza, la sua impulsività, quell'istinto viscerale che da dentro gli urla di farsi valere sull'altro, di dimostrare quanto egli è grande. L'unica possibilità di speranza per l'uomo è il rapporto con Liza e con lei il protagonista percepisce già il calore della vita reale, la possibilità di uscire finalmente alla luce, ma non corre il rischio: talmente intrappolato nelle proprie convinzioni e morbose, autodistruttive ideologie, egli non è in grado di accettare la prospettiva di un rapporto alla pari. In questa parte, Dostoevskij ha la capacità di avvinghiare il lettore alle pagine, facendolo imprecare a gran voce contro quest'uomo meschino e così cieco davanti a tutto ciò che potrebbe migliorargli la vita con la facilità e leggerezza di un soffio, così annebbiato dal proprio ego artificiale da non accorgersi che ci sarebbero strade molto più semplici da prendere se solo sbattesse un po' gli occhi per togliere la condensa che li ricopre. Soprattutto al finale, sono rimasta sconvolta dal suo comportamento talmente infimo da non sembrare nemmeno umano. Ma la cosa ancora più sconvolgente è che nelle sue invettive alla società e alla gente comune che accetta le regole del gioco pur di non rimanere chiusa nel sottosuolo, mi sono sentita presa in causa, così come si dovrebbe sentire preso in causa ognuno di noi. Noi che guardiamo dall'alto quest'uomo così assurdo, che pensiamo di fare tutto nel modo giusto e convenzionalmente accettato siamo quelli a cui la sua rabbia si rivolge. Tutti coloro che si affidano a una mentalità razionalistica che ha fiducia nell'uomo e crede che questo segua, bene o male, sempre la morale sono quelli che stanno al di là del muro che l'uomo del sottosuolo non vuole scavalcare. In altri passaggi, invece, mi sono sentita io come parte del sottosuolo, e tutti avrebbero dovuto sentirsi come me, perchè fa parte dell'uomo lasciarsi guidare dai propri bisogni egoistici. L'umanità appartiene sia ad un polo che all'altro: è lacerata dalla lotta tra i due principi, e nella maggior parte dei casi è vero che prevale sempre l'egoismo. Chi nega ciò, molto spesso si è solo autoconvinto di possedere una virtù in realtà illusoria. È un libro che mi ha suscitato forti emozioni, mi ha sconvolto internamente, provocandomi continui conflitti interiori su cosa sia giusto e sbagliato. Mi ha mostrato una faccia dell'uomo così comune, ma che eppure, fino a questo momento, nessuno aveva descritto in modo così esatto. È un'opera esistenziale e ricca di contenuto filosofico, ma che non resta su un piano astratto, bensì parla ad ognuno di noi con una forza che gli oltre centocinquant'anni che ci separano dalla sua nascita non sono stati in grado di affievolire. 



VOTO             

martedì 27 dicembre 2016

Due ussari, La morte di Ivan Il'ic - Lev Tolstoj

Il mio primo approccio con Tolstoj passa attraverso due romanzi brevi, secondari: Due ussari e La morte di Ivan Il'ic, due racconti estremamente diversi fra loro. 




Due ussari - Lev Tolstoj
Pagine: 105
Edizione: Einaudi
Titolo originale: Dva gusara

RECENSIONE                                                                  
Due ussari appartiene alla prima fase della carriera letteraria di Tolstoj, quella degli anni '50, caratterizzata dalla prevalenza dell'aspetto autobiografico e dalla riflessione sulla contrapposizione tra il mondo vecchio e nuovo. Entrambi questi aspetti si ritrovano facilmente nel testo. Il primo ussaro, il conte Turbìn, personifica in sè una parte della vita di Tolstoj stesso: quella degli studi universitari, che lo scrittore non portò mai a compimento. Anni turbolenti, in cui lo scrittore divise la sua vita tra la vecchia tenuta famigliare in campagna, che però non era in grado di gestire, e le due città di Mosca e S.Pietroburgo, dove si diede ad un'esistenza burrascosa, scapestrata, fatta di bisbocce e gioco, in cui perse molti soldi. 
Le vicende del conte si svolgono agli inizi dell'Ottocento. Viene rievocata, quindi, un'epoca remota, la cui caratteristica principale è la vitalità. L'energia vitale della classe alta è idealizzata come valore rappresentativo e in parte positivo, nonostante dia vita anche ad atti quasi barbarici. Vengono dipinti gli alberghi dove gli ufficiali giocano a carte e perdono molti soldi, le case eleganti dei ricchi dove si tengono i balli della nobiltà di provincia, che senza pudore nè scrupoli si "mischia" agli zigani e ci fa baldoria insieme, per tutta la notte,  e addirittura si arrischia a sfilare con le slitte tra le vie della città: su una slitta i nobili e sull'altra gli zigani, che cantano a squarciagola. La vitalità di Turbìn è la fonte del suo successo, perchè con il suo carattere sprezzante e prepotente riesce a conquistarsi la simpatia e il favore di tutti, anche e soprattutto di quelli che vengono da lui umiliati. Egli è un donnaiolo, che beve e duella con grande facilità, ma che invece di autodistruggersi, grazie ai suoi vizi si eleva e la sua figura resta negli anni nelle menti di tutti. Ciò si nota grazie al salto di vent'anni che c'è a metà libro, dove iniziano a raccontarsi le vicende del figlio del conte Turbìn, il secondo ussaro. Egli si vergogna di quanto spregiudicato ed imbarazzante fosse il comportamento di suo padre, di quanti debiti egli abbia lasciato alle sue spalle e di quanti guai abbia combinato. Ma questa idea iniziale che lui rappresenti un soggetto redento rispetto alla dissolutezza del padre si distrugge nel momento dell'incontro del giovane con i vecchi personaggi. Egli, infatti, finisce per vivere sotto il tetto del cavallerizzo e di sua sorella Anna, che anni prima era stata una spasimante del conte e che ora si è ridotta ad essere una vecchia e pigra matrona. Qui innanzitutto si nota come entrambi i vecchi abbiano ancora il ricordo vivido dei tempi passati con il primo ussaro conte Turbìn e di come lo considerino un uomo nobile, alla cui memoria bisogna rendere giustizia. Di contro, man mano che si prosegue si nota come il giovane sia sostanzialmente incapace di intrattenere rapporti onesti con gli altri e abbia uno spirito insipido e basso. Attraverso la figura dei due ussari, Tolstoj vuole rappresentare due epoche: un Ottocento selvaggio che si sostituisce alla metà del secolo piatta, in cui è diffuso il valore di una vita familiare campagnola, in cui il tempo scorre lento e pigro. L'autore finisce per non prendere una posizione precisa rispetto ad un'epoca in particolare, ma il suo bilancio sembra essere leggermente a favore dei tempi vecchi, più genuini e vivi. 


VOTO                            







La morte di Ivan Il'ic - Lev Tolstoj
Pagine: 94
Edizione: Feltrinelli
Titolo originale: Smert' Ivana Il'ica


RECENSIONE                                                               
Ho avuto il mio primo contatto con questo libro a un evento del Festivaletteratura di Mantova, in cui si svolse la lettura integrale ad alta voce di questo testo di Tolstoj. Ricordo che ero molto stanca e mi si chiudevano gli occhi, ma mi sforzavo di restare sveglia perchè ascoltare quella storia mi stava appassionando. È arrivato poi il momento di rileggerlo in occasione dell'esame di letteratura e durante un tragitto in treno di due ore e mezza l'ho finito. La lettura è molto scorrevole, la trama essenzialmente semplice pur nel suo dramma: la storia di un uomo dedito solo al suo lavoro, soggiogato per propria volontà a chi gli è superiore che si ritrova a dover rivalutare la propria vita quando ormai è troppo tardi. Per tutta la vita si sforza di condurre un'esistenza che lui reputa equilibrata e corretta, approvata dalla società e dalle persone importanti. Sposa una donna perchè chi gli è superiore avrebbe sicuramente approvato tale scelta; se deve trasferirsi per lavoro, lo fa, incurante di tutto e tutti, perchè così gli è stato richiesto e così deve fare. L'unico momento in cui, per la prima volta nella sua vita, si distrae dal dovere per darsi al piacere è quello in cui arreda la sua nuova casa. Si dedica a questa attività anima e corpo, non si capisce se per soddisfare un bisogno interno che aveva tenuto a bada per troppo tempo o se per creare qualcosa di cui poi poter fare sfoggio. Il risultato è eccezionale, ma è proprio durante questo periodo che accade qualcosa che cambierà la sua vita per sempre: un giorno cade e batte col fianco contro uno spigolo. Una cosa da niente per chiunque altro, ma catastrofica per lui. Ivan Il'ic comincia ad avvertire che qualcosa al suo interno non funziona e comincia a modificare la propria scala di valori ma raggiungendo anche questa volta l'accanimento estremo: la ricerca ossessiva di una cura, di una soluzione che sembra essere introvabile. Da questi episodi scaturisce un'immagine profondamente negativa dei medici, incapaci di svolgere a dovere il proprio mestiere e di confrontarsi con questo male che rode Ivan da dentro e pare essere piuttosto qualcosa di astratto, malvagio e ultraterreno piuttosto che una comune irregolarità dell'organismo. È straziante vedere come, man mano che la situazione si aggrava, l'uomo si rattrappisce su se stesso, compie un'involuzione e si chiude sempre di più in sè stesso, a riflettere sulla sua crudele ed inspiegabile sorte. Da un certo punto della narrazione in poi, ogni pagina è praticamente occupata solo di domande che restano senza risposta. Ci si pone sotto gli occhi la questione insondabile della morte, che fino a che non ci tocca in prima persona sempre poter andare a prendere solo qualcun altro; quando invece ci bussa alla porta ci sembra di essere delle eccezioni alla regola, delle vittime di un destino che gli altri non devono affrontare. 
La riflessione che Ivan Il'ic compie sul letto di morte è profonda di significati filosofici ed esistenziali, così come un po' tutto il libro offre molti spunti di riflessione. La lettura è piacevole, perchè nonostante il tema drammatico, non diventa mai pesante, ma arrivata quasi alla fine mi è sembrato che la stesse tirando troppo per le lunghe, stesse insistendo troppo sul solito punto senza progredire. Forse, quindi, verso la fine la scorrevolezza viene un po' ostacolata dalla staticità del protagonista che continua ad arrovellarsi sempre sulle solite questioni, ma nonostante tutto è una lettura che ne vale la pena.



VOTO