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mercoledì 4 gennaio 2017

Ricordi dal sottosuolo - Fedor Dostoevskij

Ricordi dal sottosuolo - Fedor Dostoevskij
Pagine: 142
Edizione:  Feltrinelli
Titolo originale: Zapiski iz podpolja


RECENSIONE                                                    
Voglio salutare il 2017 con la recensione di una delle maggiori opere di Dostoevskij, nonchè una delle mie ultime letture del 2017.
Ho incontrato Dostoevskij per la prima volta con Le notti bianche, una lettura molto piacevole e ricca di significati filosofici, ma che dal punto di vista narrativo si presenta comunque molto semplice e breve. Avevo voglia di qualcosa che fosse di più. L'occasione è arrivata quando mia madre mi ha regalato L'idiota, un volume imponente di tantissime pagine che ho letto durante l'estate libera dopo la maturità e che mi ha lasciata incantata per la maestria nel gestire gli intrecci e la forza caratteriale dei personaggi. Le mie aspettative sono andate aumentando, ma non mi aspettavo che il mio giudizio positivo sull'autore subisse una tale esplosione in positivo dopo la lettura di Ricordi dal sottosuolo. Comincerei elogiando la struttura geniale del libro. Come ne L'idiota, le prime pagine sono le più pesanti ma anche le più importanti: esse servono da fondamenta di tutto il resto del libro, per preparare il terreno allo sviluppo della trama. La prima parte "Il sottosuolo" è completamente astratta. Scritta con il metodo del monologo interiore ci introduce senza mezzi termini nella mente del protagonista, che espone il suo stile di vita, le sue teorie esistenziali e filosofiche con cui si relaziona alla vita, o meglio rifiuta di relazionarvisi. Egli sta rinchiuso nel sottosuolo, ovvero in una condizione di chiusura nell'odio e in se stesso, ovvero in un nucleo malato, fatto di egoismo e disperazione. Si capisce nel corso della storia che egli, a dispetto di ciò che fieramente afferma, vorrebbe uscire da questa condizione, ma non ne è capace perchè tenta di superare lo stallo utilizzando le stesse armi con cui vi si rintana: nell'amore, o anche solo nei più semplici rapporti di convivenza, nel condividere il marciapiede con un uomo altolocato egli ricerca sempre di imporre il proprio io sugli altri. La soluzione, per Dostoevskij, sta nel rapporto di completa comunione con gli altri, che si raggiunge solo grazie al sentimento dell'amore cristiano. Questo dovrebbe bucare e far esplodere la bolla di individualità in cui l'uomo è però necessariamente rinchiuso: la situazione appare quindi senza reale via d'uscita, la soluzione resta un'utopia.
Nella seconda parte, "A proposito della neve fradicia", si vede in applicazione concreta ciò che prima era stato solamente teorizzato. Il personaggio vive diverse esperienze, quelle che lo porteranno in seguito così convintamente a rintanarsi nel suo buco, in cui si nota la sua incapacità di rapportarsi con l'esterno, la sua incoerenza, la sua impulsività, quell'istinto viscerale che da dentro gli urla di farsi valere sull'altro, di dimostrare quanto egli è grande. L'unica possibilità di speranza per l'uomo è il rapporto con Liza e con lei il protagonista percepisce già il calore della vita reale, la possibilità di uscire finalmente alla luce, ma non corre il rischio: talmente intrappolato nelle proprie convinzioni e morbose, autodistruttive ideologie, egli non è in grado di accettare la prospettiva di un rapporto alla pari. In questa parte, Dostoevskij ha la capacità di avvinghiare il lettore alle pagine, facendolo imprecare a gran voce contro quest'uomo meschino e così cieco davanti a tutto ciò che potrebbe migliorargli la vita con la facilità e leggerezza di un soffio, così annebbiato dal proprio ego artificiale da non accorgersi che ci sarebbero strade molto più semplici da prendere se solo sbattesse un po' gli occhi per togliere la condensa che li ricopre. Soprattutto al finale, sono rimasta sconvolta dal suo comportamento talmente infimo da non sembrare nemmeno umano. Ma la cosa ancora più sconvolgente è che nelle sue invettive alla società e alla gente comune che accetta le regole del gioco pur di non rimanere chiusa nel sottosuolo, mi sono sentita presa in causa, così come si dovrebbe sentire preso in causa ognuno di noi. Noi che guardiamo dall'alto quest'uomo così assurdo, che pensiamo di fare tutto nel modo giusto e convenzionalmente accettato siamo quelli a cui la sua rabbia si rivolge. Tutti coloro che si affidano a una mentalità razionalistica che ha fiducia nell'uomo e crede che questo segua, bene o male, sempre la morale sono quelli che stanno al di là del muro che l'uomo del sottosuolo non vuole scavalcare. In altri passaggi, invece, mi sono sentita io come parte del sottosuolo, e tutti avrebbero dovuto sentirsi come me, perchè fa parte dell'uomo lasciarsi guidare dai propri bisogni egoistici. L'umanità appartiene sia ad un polo che all'altro: è lacerata dalla lotta tra i due principi, e nella maggior parte dei casi è vero che prevale sempre l'egoismo. Chi nega ciò, molto spesso si è solo autoconvinto di possedere una virtù in realtà illusoria. È un libro che mi ha suscitato forti emozioni, mi ha sconvolto internamente, provocandomi continui conflitti interiori su cosa sia giusto e sbagliato. Mi ha mostrato una faccia dell'uomo così comune, ma che eppure, fino a questo momento, nessuno aveva descritto in modo così esatto. È un'opera esistenziale e ricca di contenuto filosofico, ma che non resta su un piano astratto, bensì parla ad ognuno di noi con una forza che gli oltre centocinquant'anni che ci separano dalla sua nascita non sono stati in grado di affievolire. 



VOTO             

venerdì 19 febbraio 2016

La signora Dalloway - Virginia Woolf

La signora Dalloway - Virginia Woolf
Pagine: 177
Edizione: Economica Feltrinelli
Titolo originale: Mrs Dalloway


TRAMA                                                                                 
Un mercoledì di metà giugno, Clarissa Dalloway, moglie di un deputato conservatore alla Camera dei Lords, esce per comprare dei fiori per la festa che quella sera riunirà nella sua casa una variopinta galleria di personaggi. Per le strade di londra passeggia anche Septimus Warren Smith. 
Nulla sembra legare i due: Clarissa ha cinquant'anni ed è ricca, Septimus ne ha appena trenta, è povero e traumatizzato dall'esperienza feroc e violenta della guerra, in cui ha perduto ogni pace. Eppure i due, senza mai incontrarsi, semplicemente sfiorando gli stessi luoghi comunicano. 


RECENSIONE                                                                                                                    
Virginia Woolf è un mostro sacro della letteratura inglese, una delle prime donne ad aver rotto tutte le convenzioni letterarie del romanzo borghese, con i suoi personaggi perfettamente riscontrabili nella realtà, le tematiche in serie e i fatti raccontati in un preciso ordine cronologico. In un grande momento di snodo della storia, il Novecento, lei afferma che l'accento va spostato dai fatti e va messo sull'animo degli uomini, l'interiorità, il pensiero; afferma che non esiste materiale più adatto di altri, uno stile più appropriato: l'importante è abbracciare il tutto, l'insieme di io e mondo. 
Il suo romanzo Mrs Dalloway è un ricco calderone che contiene tutti gli elementi più significativi della sua poetica: il flusso di coscienza e il monologo interiore, la molteplicità dei punti di vista, la rottura del concetto di tempo convenzionale a favore di una sua dimensione pienamente mentale. 
La narrazione è come un vento che sorvola Londra e osserva dall'alto la vita dei cittadini, dipingendoli prima dall'esterno per poi infiltrarsi nei loro corpi fatti di viscere e mente ed uscire subito dopo, con il fardello dei loro pensieri da spargere per il mondo. E' come se il lettore, nuotando in un ruscello, si trovasse travolto da una corrente di parole e ad ogni insenatura del flusso incontrasse un personaggio, che lo salva per un attimo, quanto basta per raccontargli la sua storia, e lo ributta dentro subito dopo. La trama si costituisce di due o tre avvenimenti al massimo, tutto il resto è composto dalla lotta tra i punti di vista opposti di qualsiasi personaggio la Woolf concepisca nella sua immaginazione. Tutti sono tra loro legati da un'intima affinità, così che anche nel fluire dei pensieri e nel cozzare delle loro prospettive opposte, non si perda mai il filo conduttore e ogni cosa risulti sempre legittima e al posto giusto. Lo spazio che viene dato all'esposizione di ogni prospettiva plausibile, fa sì che la caratterizzazione dei personaggi sia perfetta: di ognuno viene fatto un ritratto completo e a tutto tondo. La stessa signora Dalloway, colonna portante attorno a cui ruota il romanzo, è rappresentata in tutta la sua essenza che, come è solito dell'animo umano, risulta in sè divisa e contradditoria: per un verso essa è rappresentata come portatrice della luce, che sacrifica tutta sè stessa per organizzare i suoi parties e far sì che i suoi conoscenti possano vivere, almeno per una notte, un momento di felicità da ricordare. D'altro canto, alcune tra le persone che la conoscono meglio la descrivono come una snob, che si è persa nell'ombra del marito e della società borghese inglese in cui vive. 
"Come un'ondina vestiva di verde e argento, coi pendenti alle orecchie.
Pareva danzare sulle onde, intrecciando le lunghe ciocche; la sua sciarpa si impigliava nel vestito
di un'altra signora, ella si volgeva ridendo, disfaceva l'intrico, tutto con perfetta grazia,
come una creatura fluttuante nel proprio elemento.
Ma gli anni l'avevano sfiorata; così un'ondina, in una limpida serata sul mare, vede riflettersi
nel suo specchio il sole morente."
Nel perfetto mondo di Clarissa Dalloway, Virginia Woolf, che nella vita fu toccata e sconvolta emotivamente dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, inserisce la vicenda parallela di Septimus Warren Smith, un reduce di guerra traumatizzato e irrevocabilmente compromesso dall'esperienza. Egli è l'oscurità e la morte, il dolore senza via d'uscita: un elemento all'apparenza dissonante nel quadro d'ipocrita felicità quotidiana, ma in realtà fondamentale. La presenza di questa macchia buia serve a far sì che il romanzo diventi un ritratto della vita: mentre i borghesi si sollazzano nelle loro ricchezze e nei loro effimeri godimenti, mentre ridono e ballano ad una festa, nello stesso posto e allo stesso momento qualcun altro sta vivendo un momento di estrema sofferenza. Ma questa è la vita: l'oscurità nell'esistenza di uno, può coesistere con il culmine della gioia nell'esistenza di un altro. Il quadro generale risulta estremamente pessimistico, dominato da una inconsapevole ma spaventosa indifferenza per la tragedia altrui.
Il finale sembra una chiusura affrettata, ma a seguito di un'adeguata riflessione risulta un perfetto riassunto di tutta l'opera: la protagonista non appare alla fine del romanzo, ma la scena viene lasciata a disposizione di due personaggi di rilevante importanza nel passato della donna, che attraverso un fitto dialogo esternano la propria visione del mondo e dimostrano come il microcosmo in cui viviamo sia una nostra costruzione mentale in cui non vi è distinzione tra passato, presente e futuro e che anche l'assenza di una persona può invece essere presenza nell'animo di un'altra. 
E' straordinario come, in un minuscolo romanzo di solo un centinaio di pagine, possa esserci la vita. Una vita polifonica e multiforme, completa, rappresentata in tutta la sua essenza contrastante fatta di negatività e positività, luci e ombre.


VOTO: 9/10

lunedì 1 giugno 2015

La sposa giovane - Alessandro Baricco

La sposa giovane - Alessandro Baricco
Pagine: 183
Edizione: Feltrinelli


TRAMA                                                                                      
Siamo all'inizio del secolo scorso. La promessa sposa è giovane, arriva da lontano e la famiglia la accoglie, quasi distrattamente, nella elegante residenza fuori città. Il figlio non c'è, è lontano, a curare gli affari della prospera azienda tessile. Manda doni ingombranti. E la sposa lo attende dentro le intatte e rituali abitudini della casa, soprattutto le ricche colazioni senza fine. C'è in queste ore diurne un'eccitazione, una gioia, un brio direttamente proporzionale all'ansia, allo spasimo delle ore notturne, che, così vuole la leggenda, sono quelle in cui, nel corso di più generazioni, uomini e donne della famiglia hanno continuato a morire. Il maggiordomo Modesto si aggira, esatto, a garantire i ritmi della comunità. Lo zio agisce e delibera dietro il velo di un sonno che non lo abbandona mai. Il padre, mite e fermo, scende in città tutti i giovedì. La figlia combatte contro l'incubo della notte. La madre vive nell'aura della sua bellezza mitologica. Tutto sembra convergere intorno all'attesa del figlio. E in quell'attesa tutti i personaggi cercano di salvarsi.


RECENSIONE                                                                                                                             
Vorrei iniziare con un consiglio: non leggete la trama di questo libro, se decidete di leggerlo. Io stessa, qui, l'ho riportata per semplice formalità e la storia l'ho letta alla cieca. Iniziatelo anche voi senza saperne niente, accarezzatene la copertina e annusatene le pagine; affidatevi a lui così come vi affidereste a un appuntamento al buio. Varcate cautamente la soglia di questa casa che vi si staglia davanti agli occhi ed osservate. 
Io me la sono immaginata principalmente bianca con larghi corridoi illuminati dalla luce del sole che filtra tenue dalle tende color pastello, niente a turbare la compostezza e la pace, la calma imposta da una rigida routine che nulla può disturbare. I rituali hanno il completo controllo sui protagonisti, tanto da renderli semplici marionette senza nome: la Madre, il Padre, la Sposa Giovane, il Figlio, la Figlia, lo Zio ed il maggiordomo Modesto, che impersona una qualità invece che un'abitudine. Ma ognuno di questi, pur nella fissità dei propri giorni, riesce a spiccare per qualche vizio, qualche sfizio che ai personaggi di Baricco non manca mai. Non so come faccia a trovare caratteristiche e attitudini sempre nuove da attribuire alle sue creazioni, fatto sta che ognuna è unica e non si ripete mai. 
Tutto ruota attorno alla figura della sposa, di cui seguiamo la trasformazione da crisalide a farfalla grazie a due interessantissime figure femminili, le api regine dell'alveare che indirizzano la sposa verso due atteggiamenti contrapposti: l'annullamento di sè o l'esaltazione della propria femminilità, due fasi che più o meno tutte attraversiamo crescendo, nel passaggio dall'infanzia alla pubertà, quando accantoniamo le ginocchia sbucciate e le macchie di terra sulle magliette per far spazio ai trucchi e ai profumi. La ragazza non è parte della famiglia, ma col tempo arriverà ad amalgamarsi. Si sa, però, che aggiungendo un ingrediente il risultato non potrà mai essere uguale e quindi, silenziosa ed inosservata, porta scompiglio, aggiunge un retrogusto lieve che ci resta incollato alla punta della lingua. Rappresenta la rottura di un equilibrio, come un tassello che vuole incastrarsi a forza in un puzzle già finito. 
Due temi che a me piacciono particolarmente e che questo libro tratta sono quello dell'attesa e dell'illusione bruscamente e incurantemente calpestata; Baricco, per rappresentarli, utilizza un'unica stupefacente ed efficace immagine: una sposa che aspetta, sola, in una casa completamente vuota. I cassetti sono stati svuotati, i mobili coperti da lenzuoli, i quadri staccati dalle pareti in vista di un viaggio che, per tradizione, dovrebbe lasciarsi alle spalle il vuoto. Ma questa volta, una figura si staglia sulla soglia dell'uscio e spezza l'integrità, come d'altronde si impegna a fare per tutto il libro.
La villa citata più e più volte non è l'unico luogo in cui la ragazza dovrà confrontarsi con un mondo che non le appartiene. Baricco sceglie un'altra ambientazione, abbastanza inusuale, ma che ha pur sempre qualcosa a che fare con quell'abitazione dall'atmosfera delicata, ma languida: un bordello, un ambito di lussuria ed erotismo in cui si raggiungerà il culmina della bellezza, della pura estetica.
L'emblema del peccato e della perdizione è descritto in modo velato, senza scadere mai nel volgare: si rimane superiori alla materia, la scrittura sembra quasi astratta. Qui si svolgerà anche il finale, che rappresenta allo stesso tempo la novità, pecora nera nella vita di routine a cui ci eravamo quasi adattati, e un circolo che si chiude, un serpente che si mangia la coda. 
Baricco, ancora una volta, è stato capace di stupirmi e di farmi leggere un piccolo e incantevole romanzo. Ormai, nel cuore ho un piccolo buchino riservato ai suoi personaggi che si accatastano uno sulla testa dell'altro, schiacciandosi...prima o poi mi scoppierà.


 VOTO: 9

domenica 3 maggio 2015

Mr Gwyn - Alessandro Baricco

Mr Gwyn - Alessandro Baricco
Pagine: 158
Edizione: Feltrinelli


TRAMA                                                                          
Jasper Gwyn è uno scrittore. Vive a Londra e verosimilmente è un uomo che ama la vita. Tutt'a un tratto ha voglia di smettere. Forse di smettere di scrivere, ma la sua non è la crisi che affligge gli scrittori senza ispirazione. Jasper Gwyn sembra voler cambiare prospettiva, arrivare al nocciolo di una magia. Gli fa da spalla, da complice, da assistente una ragazza che raccoglie, con rabbiosa devozione, quello che progressivamente diventa il mistero di Mr Gwyn.


RECENSIONE                                                                          
Uno scrittore che smette di scrivere. Sarà mai possibile? Il lupo perde il pelo, ma non il vizio e nonostante tutte le attività palliative a cui affidarsi, l'impulso di mettere ordine ai pensieri su carta, di immortalizzare, sradicare da sè stessi i tormenti per donarli al foglio non svanisce. E così, Mr Gwyn decide di scrivere ritratti. 
Mr Gwyn è un personaggio geniale, forse quello che ho amato di più in tutti i libri di Baricco. Quasi meglio di Bartleboom, potrebbe scalare la vetta nella lista de "gli uomini della mia vita (ovviamente fittizi)". Un uomo un po' perso che, come succede un po' a tutti, non riesce a capire cosa gli manchi e per non perdere di vista la sua vita stessa, comincia a muoversi con cautela a fare un passo per volta con una lentezza saggia e ispiratrice, che gli apre gli occhi su cose che nella fretta consueta ci scorrono davanti e non le vediamo. Attorno a lui, stella centrale e più luminosa, una costellazione di figure femminili, precisamente tre, di forma diversa. La signora con l'ombrello è una nebulosa, presente anche senza esserci; la "segretaria" di Mr Gwyn una stella un po' cicciottella, ma stupendamente luminosa. Infine, l'ultima piccola stella selvaggia, che appare solo verso la fine e potrebbe sembrare, inizialmente, poco degna di nota, ma che riuscirà a prevalere e sovrastare le altre con la sfacciataggine e l'incuranza spietata che solo i giovani sanno avere, portando il desiderio a vincere sull'amore.
L'ambientazione è formidabile, così come tutto il resto del libro, e non ho il coraggio di parlarvene perchè non renderei giustizia e vi toglierei il piacere di leggerne. Posso solo dire che è curata con millimetrica precisione, ogni dettaglio viene portato in vita solo dopo ore di riflessione, come Don Chisciotte che per scegliere il nome per il suo cavallo e per sè stesso impiega giorni; la precipitazione non è lecita, se non anche questa parte di un disegno superiore.
Non sappiamo cosa Mr Gwyn scriva nei più o meno lunghi suoi "quadri", sappiamo solo che con lo sguardo pungente di un'aquila attraversa gli strati di pelle e legge dentro i modelli che gli stanno di fronte. E io so solo che in uno scrittore che scrive ritratti ci ho visto dentro Baricco stesso, Baricco che è capace di riflettere le anime e di costruire storie oniriche, sogni. La sua scrittura sembra quasi astratta, pennellata lievemente, quasi invisibile e ci trascina in un mondo che è tutto da interpretare, è tutto un indizio: il prologo di un universo immenso, uno spunto per una riflessione interiore profonda. Allo stesso tempo, riesce ad essere poi estremamente concreta, cinica, incurante degli sconvolgimenti che provocherà in chi ne verrà a contatto; delle scene riescono ad essere terribilmente commoventi, ci tirano sulla terra, ci fanno tornare con i piedi sul duro asfalto.
Con un fenomeno lampante di metaletteratura, Baricco intreccia Mr Gwyn con altre sue opere, costruendo un libro dentro al libro: Tre volte all'alba, nominato e letto da uno dei personaggi; Smith e Wesson, richiamato in poche righe che danno un piccolo spazio, che passa quasi inosservato, allo
stravagante metereologo Smith.
Sui libri di Baricco non riesco mai a dire molto, perchè sembra di sminuirli, parlandone. Vanno solo letti, soprattutto da chi ha la sensibilità giusta per percepirli in tutta la loro grandezza. 
Mr Gwyn è un libro decisamente particolare, il secondo più bello dopo Oceano Mare che ormai sta diventando insuperabile; anche qui, mondi e trame originali narrati con una scrittura che rende estatici e che non mi farebbe mai staccare dalle pagine.


VOTO: 9,5

sabato 2 maggio 2015

Smith e Wesson - Alessandro Baricco

Smith e Wesson - Alessandro Baricco
Pagine: 108
Edizione: Feltrinelli


TRAMA                                                                                
Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c'è il destino di un'impresa da vivere. E l'impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori; ci vuole anche una botta, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. E' il 21 giugno 1902. 


RECENSIONE                                                                                                   
"Smith: non le ho nemmeno ancora detto il mio nome. Smith.
 Wesson: Piacere, Wesson. [si stringono la mano]
 [lunga pausa]
 Smith: Una soluzione potrebbe essere quella di chiamarsi per nome.
 Wesson: Ottimo!
 Smith si avvicina di nuovo al letto e tende la mano verso Wesson.
 Smith: Tom. E' un piacere.
 Wesson: Jerry. Il piacere è mio."

Tom e Jerry, una cartone animato; Smith e Wesson, una marca di pistole. Nei nomi e cognomi dei due personaggi principali di questo breve e scorrevole libro ne è concentrata l'essenza: le scene, le battute esilaranti e la drammaticità di una vita impietosa, che non guarda in faccia nessuno. Sono due elementi che nei libri di Baricco quasi sempre ritroviamo, lui che con la sua scrittura riesce ad essere cinicamente ironico e triste, creando vite e storie perlopiù pessimistiche e melancoliche.
In questo libro di un centinaio di pagine che si legge in un battito di ciglia, ritroviamo l'atmosfera di Novecento e possiamo immaginare che il teatro sia lo stesso, che siano solo cambiati scenografia e personaggi, ma soprattutto il narratore, ignoto fino alle ultime pagine. In piedi, in mezzo al palco, crea un paesaggio che non è più quello di una barca nell'oceano, ma quello delle cascate del Niagara; uno spazio in cui si muovono, essenzialmente, solo tre protagonisti. Rachel, come una Elisewin ritornata in campo, si lascia alle spalle un passato spiacevole per tuffarsi a bomba nella vita, sprezzante del fatto che l'impatto con l'acqua potrebbe non essere indolore. Smith è un metereologo in fuga dallo stato per le sue truffe, un piccolo genio inventore che si dà alla statistica: immagina che un modo molto efficace per prevedere il tempo metereologico sia parlare con la gente e farle ricordare quel determinato giorno di quel determinato anno in cui hanno vissuto qualcosa di particolarmente importante, e in questa circostanza non potranno non rimembrare se c'era il sole o qualche nube sparsa. Wesson, infine, un uomo invisibile dietro l'imponente e soffocante ricordo lasciato dal padre, una leggenda delle cascate; Wesson che vuole riscattarsi e non essere più solo un'ombra, che conosce i fondali come le sue tasche o forse meglio, e che di lavoro recupera la gente morta dalle acque, gente che vi si è buttata per suicidarsi.
Baricco, come sempre, riesce a creare dei personaggi che si portano addosso storie incredibili, come abiti cuciti su misura e ricamati in modo spettacolare; ma questa volta, essendo il racconto decisamente breve, non arriva a scavare nei meandri delle menti e a caratterizzarli profondamente, lasciandoli come se fossero la loro storia e non sè stessi. 
Ho iniziato a leggerlo una sera da mia nonna e, mentre lei dormiva su un lato del letto, io sull'altro continuavo a leggere fino a notte fonda facendole schermo col mio corpo, perchè la luce della lampada sul comodino non la svegliasse. Ho trattenuto a stento le risate, mi sono immersa in tutt'altro
mondo e avrei finito di viverlo nel giro di un'ora se il sonno non avesse avuto il sopravvento. Questo per dimostrare, che nonostante la piccola pecca della caratterizzazione dei personaggi, è di una scorrevolezza assoluta e di un'atmosfera che cattura. Baricco non si smentisce.


VOTO: 8

lunedì 30 giugno 2014

Di tutte le ricchezze - Stefano Benni

Di tutte le ricchezze - Stefano Benni
Pagine: 207
Edizione: Feltrinelli


TRAMA
Martin è un maturo professore e poeta che si è ritirato a vivere ai margini di un bosco: è una nuova stagione della vita, vissuta con consapevolezza e arricchita dai ricordi e dalle conversazioni che Martin intrattiene con il cane Ombra e con molti altri animali bizzarri e filosofi. In questa solitudine coltiva la sua passione di studioso per la poesia giocosa e per Il Catena, un misterioso poeta locale morto in manicomio. Questa tranquillità, che nasconde però strani segreti, è turbata dall'arrivo di una coppia che viene a vivere in un casale vicino: un mercante d'arte in fuga dalla città e Michelle, la sua bellissima e biondissima compagna. L'apparizione di Michelle, simile a una donna conosciuta da Martin nel passato, gonfia di vento, pensieri e speranze i giorni del buon vecchio professore. Il ritmo del cuore e il ritmo della vita prendono una velocità imprevista. Una velocità che una sera, a una festa di paese, innesca il vortice di un fantastico giro di valzer.


RECENSIONE
Con la prospettiva di intervistare Stefano Benni al festival Mare di Libri e avendo già letto la sua raccolta Bar sotto il mare, ho deciso di leggere un romanzo con una storia lineare come Di tutte le ricchezze.
La cosa che mi ha colpito di più è stata la moltitudine di personaggi.
I personaggi di sfondo sono costituiti dalla gente del paese, utile solo per crear spunti di satira e, a volte, per fare critica, anche abbastanza forte, nei confronti delle classi dirigenti e, più in generale, della società di oggi.
Sono protagoniste in un certo qual modo anche le leggende, tema che mi appassiona sempre molto e che ha dato un pizzico di pepe al libro. Le principali sono due, entrambe smentite più volte e riformulate in maniera più fittizzia o veritiera, come classico di tutti i racconti tramandati a voce. 
Insieme alle leggende, altri elementi surreali del libro sono gli animali che parlano. All'inizio la cosa mi infastidiva, mi sembrava un elemento infantile e inutile, facilmente evitabile, ma in seguito si può capire che le figure degli animali siano semplicemente metafore e personificazioni di caratteristiche che servono in quel momento a rappresentare gli stati d'animo del protagonista e i suoi pensieri.
Durante l'intervista, al festival Mare di Libri, ho chiesto all'autore il perchè di questa decisione e la risposta è stata che gli animali parlano veramente, basta guardarli negli occhi.
Infine, vi sono i personaggi principali: Martin, il protagonista, e i due vicini di casa trasferiti di fresco.
Martin e Michelle, la vicina, sono molto ben caratterizzati, perchè inseriti un contesto ben approfondito. Nel corso del libro, infatti, si scava nel loro passato facendo riemergere vecchi episodi che entrambi preferirebbero dimenticare e si raccontano, in modo di condividerli e perderli un po'.
Martin mi è piaciuto molto. Pur essendo un professore in pensione, non interpreta la figura del vecchio saggio come pensavo, tutto il contrario. Vengono infatti messi in risalto tutti i suoi vizi della vita passata, e molti difetti di quella presente. Un po' di impulsività nell'amore che prova per la nuova vicina, non sempre sincerità, un po' di opportunismo e finta gentilezza per non ferire troppo chi ha di fronte con la schiettezza. Ma allo stesso tempo, maturità e consapevolezza dei propri limiti e di ciò a cui va incontro.
Michelle mi è piaciuta un po' meno, perchè se le si toglie la bellezza, non resta nulla. Non mi è sembrata una donna di carattere e nemmeno una timidona, perchè spesso prende l'iniziativa di inviti e danze. Sta nel mezzo, non è nè una cosa nè l'altra, particolare che la rende un po' anonima e monotona.
Il Torvo, compagno di Michelle, soprannominato così per la sua aria corrucciata è quello meno definito, semplicemente per la sua breve presenza nella storia. Nonostante ciò, riusciamo a capire molte cose su di lui e sul suo animo abbastanza meschino.
La storia che nasce tra Martin e Michelle è un amore quasi inconsistente, è più un'attrazione, un bisogno reciproco: bisogno di giovinezza, speranze e anche compagnia da parte del professore; bisogno di un riferimento e di una figura matura da parte dell'indecisa Michelle. E' un legame particolare quello che si instaura, che sembra finire ancor prima di cominciare, forse bloccato da qualcosa di troppo interno e profondo, tanto che il lettore non riesce a comprenderlo pienamente. Mi è piaciuto il riferimento alle Notti Bianche che, spesso, nella testa del professore trasformava l'anonimo Borgoconio in San Pietroburgo, e un valzer a una sagra di paese a un gran ballo vienne guidato dalle note di Strauss.
La scrittura di Benni è estremamente ironica e frizzante, leggera, a volte quasi un po' troppo. Per esempio, quando ogni evento viene reso come un reportage diviso in parti. Per esempio, l'arrivo dei vicini in casa viene reso così: DIVIDIAMO LA COMMEDIA "CHI HA BUSSATO ALLA MIA PORTA" IN TRE PARTI. IL PROLOGO: DESCRIZIONE DEI PERSONAGGI E DEGLI ARGOMENTI INIZIALI.
Mi è sembrato un espediente per raccontare abbastanza carino, ma che a mio parere abbassa un po' troppo il registro e tutto assume un'aria quasi comica, come se dovesse esser preso poco sul serio.
I capitoli sono brevi, divisi in vari paragrafi, fatto che rende la lettura ancor più scorrevole; ognuno è introdotto da brevi poesie che fanno riferimento, in modo generico, agli stati d'animo e a ciò che vi troveremo all'interno.
E' un libro che mette molta carne al fuoco, di cui si possono analizzare molti temi.
E' stata una lettura molto veloce e scorrevole, ma anche abbastanza comune, fatta eccezione di alcuni aspetti originali.


VOTO: 7-


Io, Stefano Benni, Matilde e il blogger Francesco di Book Reviews

lunedì 9 giugno 2014

Pantera - Stefano Benni

Pantera - Stefano Benni
Pagine: 106
Edizione: Feltrinelli


TRAMA
L'Accademia dei Tre Principi è una sala da biliardo. E' un sotterraneo, un antro favoloso, dove sotto lo sguardo cieco del saggio Borges incrociano le stecche giocatori leggendari come il Puzzone, Elvis, Tremal-Naik, la Mummia, il Professore e Tamarindo.
Si svuotano portacenere e si tiene il conto delle battaglie. In quel mondo di soli maschi un giorno fa il suo ingresso Pantera, "snella, flessuosa, pallida", e la leggenda varca i confini. Quando i migliori cadono, come in un poema cavalleresco i campioni cominciano ad arrivare da lontano. 
Uscita dal suo racconto, Pantera porge il testimone ad Aixi, una ragazzina innamorata del suo mare, protagonista di una nuova sfida inondata di luce e di mistero.



RECENSIONE
Pantera è un piccolo libricino di 106 pagine, di cui la metà è dedicata ad illustrazioni; è formato da due storie molto brevi.
La prima è quella che da il titolo al libro. 
Ciò che mi è subito saltato all'occhio è stato lo stile: non me lo aspettavo così schietto, onesto, che senza giri di parole arriva dritto al punto. Direi, il tipo di scrittura più adatto per descrivere un ambiente come quello dell'Accademia dei Tre Principi che mi ha ricordato un luogo da Fight Club, solo che gli incontri hanno luogo sui biliardi.
Sigarette spente sul pavimento, sigarette accese in bocca ai giocatori, tanto fumo a creare una nebbia fitta sui tavoli verdi, illuminati a malapena dalle luci al neon. Un ambiente in cui non si può che rimanere estasiati ad ammirare i colpi di bravura dei giocatori, quelli veri.
Ci vengono presentati i numerosissimi personaggi che definirei "di comparsa", ogni giocatore con l sue caratteristiche strane, tutte molto originali.
C'è Borges, il vecchio saggio cieco che dal suo sgabello supervisiona la sala. Dotato di un sesto senso che sembra quasi soprannaturale, è capace di capire le partite e chi le gioca solo attraverso il rumore delle loro stecche.
C'è poi il narratore, di cui sappiamo solo essere un ragazzo di 15 anni che finisce a lavorare come tuttofare nella sala dei biliardi. Non ne conosciamo nemmeno il nome, seppur racconti la storia in prima persona, è come se fosse semplicemente uno spettatore esterno.
La vera protagonista di questa storia è Pantera e la misteriosità che si porta incollata addosso. Nonostante la brevità del racconto, arriviamo a conoscere la ragazza nei suoi recessi più intimi ed è come se ci venisse descritta per pagine e pagine, mentre invece si fanno solo degli accenni, che si rivelano però estremamente interpretabili e utili. Pantera è sinonimo di leggenda, da quando ha superato la sua infanzia difficile è impossibile batterla. E' una ragazza/donna estremamente affascinante e sexy e ha un modo di giocare tutto suo: si piega flessuosa sul biliardo, rilassata e calma, e gioca in silenzio, ma nonostante queste parvenze è impeccabile e spietata e non manca un colpo.
Il lettore resta estasiato davanti alle sue prestazioni, proprio come il narratore stesso.
Il finale mi è piaciuto molto: il vecchio e saggio Borges fa un bellissimo discorso sul destino, tema che mi è molto caro.
Per quanto riguarda la seconda storia, mi è sembrata un po' fuori posto e un po' più lasciata al caso. Parla di Aixi, una ragazzina di dodici anni dai capelli color corallo che vive al mare col padre gravemente malato. Penso che sia l'ambientazione che la caratterizzazione della protagonista si sarebbero potuti approfondire un po' di più e avrebbero potuto essere spunto per una storia migliore. Questo è un racconto carino, ma che mi ha lasciata abbastanza indifferente dal punto di vista delle emozioni suscitate.
In generale, un 50% del libro vale la pena di essere letto e sarebbe anche potuto durare di più senza suscitare nessun fastidio; il restante è una lettura piacevole e leggere.
Un libro da leggere in un paio d'ore, ottimo per l'estate e per chi ha bisogno di staccare un po' la spina.


VOTO: 7

mercoledì 11 settembre 2013

Oceano mare - Alessandro Baricco

Oceano mare - Alessandro Baricco
Pagine: 212
Edizione: Universale Economica Feltrinelli


TRAMA
Oceano mare racconta del naufragio di una fregata della marina francese, molto tempo fa, in un oceano. Gli uomini a bordo cercheranno di salvarsi su una zattera.
Sul mare si incontreranno le vicende di strani personaggi. Come il professor Bartleboom, che cerca di stabilire dove finisce il mare, o il pittore Plasson che dipinge solo con l'acqua marina, e tanti altri individui in cerca di sè, sospesi sul bordo dell'oceano, col destino segnato dal mare. E sul mare si affaccia anche la locanda Almayer, dove le tante storie confluiscono. 


RECENSIONE
Ho letto questo libro svariate volte. Ricordo, che la prima ne rimasi talmente affascinata da inserirlo nei miei preferiti. Ho deciso di rileggerlo, perchè mi ero in parte dimenticata la storia e avevo bisogno di "riconfermare", in qualche modo, il suo posto in classifica.
E la rilettura ha avuto un esito più che positivo. Forse perchè sono un po' più grande di quando lo avevo letto le prime volte, ma l'ho percepito molto di più. 
L'incanto, la magia, la purezza e allo stesso tempo la verità sulla natura umana che trasmette, mi hanno raggiunto in modo molto più profondo delle volte precedenti.
Il libro è diviso in tre parti: Locanda Almayer, Il ventre del mare e I canti del ritorno. Nella prima, facciamo la conoscenza dei personaggi.
Ognuno di loro, nessuno escluso, ha qualcosa che lo rende unico e diverso da quelli degli altri libri.
Uno di quelli che mi piace di più è Bartleboom, che scrive un'enciclopedia sui limiti della natura ed è alla locanda Almayer per stabilire dove finisce il mare. Aspetta la sua donna da tutta una vita e, pur non conoscendola, ogni giorno le scrive una lettera con l'obiettivo di consegnargliele tutte, un giorno, quando la incontrerà: le donerà i suoi giorni.
Un'altra che adoro è Ann Deverià, mandata dal marito alla locanda per "espiare i suoi peccati": è follemente innamorata del suo amante che non riesce a dimenticare e che aspetta.
Poi c'è Plasson, che dipinge solo quadri bianchi perchè non trova gli occhi del mare, e Elisewin.E' terribilmente sensibile e non riesce a vivere veramente, per paura delle emozioni troppo forti, così viene mandata al mare per curarsi.
Nella seconda parte viene approfondito il passato di uno dei personaggi, che viene introdotto solo nelle ultime pagine della prima parte e quindi non ci sembra importante, finchè non conosciamo la sua vera storia.
La terza e ultima sezione è a sua volta divisa in più parti, in cui si conclude il percorso di ognuno e anche quello della storia che fa da filo conduttore di tutto il libro.
Ciò che affascina, però, è la narrazione. Ciò che viene raccontato è indubbiamente molto suggestivo, ma la scrittura di Baricco mi è sempre sembrata di un livello particolarmente elevato e apprezzabile da chi ama le allusioni.
Parlando del mare parla dell'amore e parlando di un bambino parla di purezza e sogni.
"E com'è?...Il mare, com'è?"
Sorride, Elisewin.
"Bellissimo"
"E poi?"
Non smette di sorridere, Elisewin.
"A un certo punto, finisce."
Non c'è altro da dire. Penso che possa essere un libro un po' interpretabile, che può essere o amato o odiato. 
Io, mi unisco alla prima categoria.
Oceano mare è un libro che, sicuramente, consiglio a chiunque abbia voglia di trovare un po' di poesia leggendo la vita di altre persone.


VOTO: 10

domenica 3 febbraio 2013

Pappagalli verdi - Gino Strada

Pappagalli verdi - Gino Strada
Pagine: 156
Edizione: Feltrinelli


TRAMA
Gino Strada arriva quando tutti scappano, e mette in piedi ospedali di fortuna, spesso senza l'attrezzatura e le medicine necessarie, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei conflitti: quando pastori, bambini e donne vengono dilaniati dalle tante mine antiuomo disseminate per le rotte della transumanza, o quando raccolgono strani oggetti lanciati dagli elicotteri sui loro villaggi. I vecchi afghani li chiamano pappagalli verdi. 


RECENSIONE
Ho dovuto leggere questo libro per la scuola.
All'inizio ho fatto un po' fatica. Non è assolutamente il mio genere ed è anche un po' monotono, perchè come ci si può immaginare tutti gli scenari sono molto simili, ma si sblocca dopo un paio di capitoli e scorre raccontandoci gli orrori della guerra.
Il lessico è, a mio parere, un po' povero sebbene pienamente adeguato per qualcuno che non è uno scrittore. Alcune parti, invece, sono descritte in modo quasi fiabesco e poetico e ci sembra di trovarci di fronte alle immense città che Strada visita. 
Secondo me, ci sono troppi riferimenti a nomi e località difficili da ricordare, creano un po' di confusione insieme al fatto che non venga seguito un ordino cronologico o geografico.
In ogni caso penso che non ci sia da soffermarsi troppo sui particolari, ma badare al messaggio che questo libro ci vuole mandare. E' una testimonianza importante e utile: il lettore si ritrova rattristato ma anche sdegnato di fronte agli episodi che ci vengono raccontati.
Il capitolo più forte è quello che parla dei pappagalli verdi che danno il titolo al libro: sono mine giocattolo, pensate per mutilare i bambini.
E' una storia devastante quella che ci viene raccontata in questa parte, poichè i bambini di colpa non ne hanno e sono semplicemente testimoni di uno scempio quotidiano. 
"Una donna che spara ad un bambino di sei anni? Perchè?"
"Tra vent'anni ne avrebbe avuti ventisei" è la risposta che l'interprete traduce.
E' un libro molto forte, che ho fatto un po' fatica a leggere, ma penso che ne valga comunque la pena sia per gli interessati a questo argomento, sia per i giovani che alla guerra non stanno tanto a pensarci. 
Ci fa capire ciò che avviene ogni giorno in luoghi lontani, mentre noi siamo comodamente seduti in poltrona e li guardiamo attraverso la tv. Un libro che apre la mente.


VOTO: 7-

martedì 27 novembre 2012

Il buio oltre la siepe - Harper Lee

Il buio oltre la siepe - Harper Lee
Pagine: 410
Edizione: Feltrinelli
Titolo originale: How to kill a mockingbird

TRAMA
In una cittadina del profondo sud degli Stati Uniti, l'onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d'ufficio di un nero accusato di violenza carnale, riuscirà a dimostrarne l'innocenza, ma il nero sarà ugualmente condannato a morte.
La vicenda, che è solo l'episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, figlia di Atticus, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei.
Nel suo raccontare lieve e veloce, ironico e pietoso, rivive il mondo dell'infanzia che è un po' di tutti noi, con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte, in pagine di grande rigore stilistico e condotte con bravura eccezionale.


RECENSIONE
Il racconto, per i primi nove capitoli parla di come i protagonisti trascorrono le loro giornate e di tutte le avventure in cui si imbattono. Pagine piacevoli, divertenti e scorrevoli. Dal decimo, viene introdotto l'argomento principale e da qui in poi il libro si fa sempre più emozionante.
Essendo la narratrice una bambina di nove anni il tutto è raccontato con innocenza e spontaneità ma in modo assolutamente toccante. Il lettore rivive tutto ciò che la piccola Scout prova e vive sulla sua pelle tutte le ingiustizie, impara da lei a non giudicare dalle apparenze e a rispettare chiunque, bianco o nero che sia.
E' il mio personaggio preferito: nonostante l'età, riesce a far valere le sue idee, sa farsi rispettare, è ironica e divertente; inoltre anche io come lei sono sempre stata un po' ribelle e maschiaccio. 
E' un libro che consiglio a tutti perchè seppur considerato un classico moderno non è per niente pesante, è scritto in maniera attuale, scorrevole e soprattutto insegna moltissimo. 


VOTO: 8,5

sabato 17 novembre 2012

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo - Efraim Medina Reyes

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo - Efraim Medina Reyes
Pagine: 173

Edizione: Universale economica Feltrinelli
Titolo originale: Erase una vez el amor pero tuve que matarlo

TRAMA
Un romanzo egocentrico, disordinato, rabbioso. Un romanzo che non lascia passare l'immagine magica del Sud America a cui ci hanno abituati gli scrittori latinoamericani.
Quella di Medina Reyes è un Colombia dura, spinosa, quasi invivibile.
In questo panorama Reptil (per gli amici Rep), protagonista del romanzo, balza fuori come l'eroe di una vitalità barbara, come un maestro di vita beffardo e sboccato diviso fra aggressività e disperazione. Vuole cominciare una nuova vita, dimenticare la ragazza che lo ha lasciato, perdersi nell'inconcludente disordine della metropoli, inventarsi un film e intanto fa i conti con i suoi miti rock: l'amore devastante di Sid Vicious e Nancy, il caos interiore di Kurt Cobain.


RECENSIONE
Ho comprato questo libro grazie al titolo che mi era piaciuto tantissimo (adoro i titoli lunghi) e ne avevo aspettative molto alte le quali, però, sono state tutte deluse.
Sembra un libro abbozzato: a mio parere se fosse stato strutturato diversamente e approfondito, sarebbe potuto essere anche piacevole.
Al contrario. E' troppo, troppo confuso. Non ho trovato legami tra un capitolo e l'altro, o addirittura tra un paragrafo e l'altro, e l'autore cambia luogo e anno a suo piacimento, cosa che mi ha fatto perdere completamente il filo logico e cronologico della storia.
Inoltre, non ha un vero e proprio finale. Non inizia e non si conclude, è come se il protagonista vagasse in uno spazio vuoto senza mai arrivare da nessuna parte.
L'unica cosa che un po' mi è piaciuta è stata qualche riflessione sull'amore da parte di Rep che però duravano giusto la lunghezza di un paragrafo, per poi continuare a perdersi in parole crude e volgari.
Mi ha deluso tantissimo.


VOTO: 5-