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mercoledì 22 febbraio 2017

La campana di vetro - Sylvia Plath

La campana di vetro - Sylvia Plath
Pagine: 234
Edizione: Mondadori
Titolo originale: The bell jar


TRAMA                                                           
In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi come un cavallo da corsa in un mondo senza piste. Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.


RECENSIONE                                                          
Niente all'inizio di questa storia lascia presagire che il tema sia la malattia mentale. Senza introduzioni nè presentazioni ci viene dipinto un quadretto di scenari adolescenziali che hanno per protagonista una giovane ragazza di cui a malapena conosciamo il nome.
Questa racconta in prima persona e tralascia parecchio l'introspezione e l'analisi psicologica per concentrarsi sui fatti che le avvengono attorno e su quelli a cui prende parte durante un soggiorno a New York, vinto con una borsa di studio, che assomigliano in tutto e per tutto a ciò che potrebbe normalmente accadere ad un'adolescente "in vacanza", che si lascia trascinare dall'atteggiamento irruente di una migliore amica attraente, piena d'iniziativa e un po' arrogante. Più volte la nostra protagonista sembra celarsi nella sua ombra e finisce per essere travolta dal turbine che da lei scaturisce: viene trascinata a feste e presentata ad individui poco raccomandabili o lei stessa, influenzata da chi la circonda, finisce per buttarsi in serate poco piacevoli, in situazioni incomode. 
Nella sua quotidianità e nei suoi pensieri non mancano i ragazzi, come nella vita di ogni teenager che si rispetti, ma ogni suo approccio con il mondo maschile sembra essere nient'altro che un esperimento, ogni volta quasi fatalmente destinato al fallimento. In questa parte della storia non mancano i flashback che si alternano al presente. Verso la fine di quella che potremmo chiamare la prima sezione del romanzo, quando la ragazza comincia a starsene più isolata dal gruppo e quando il rientro a casa diventa imminente, la dimensione intima finisce per prevalere: l'io narrante si concentra sempre più sulla sua passione per la scrittura e per la lettura, in particolare per i racconti brevi o le poesie; il lettore intuisce che il suo più grande sogno e anche la più terribile pressione sulla sua esistenza è l'idea di poter diventare, un giorno, una scrittrice. A poco a poco si avverte un'angoscia crescente, soprattutto nel momento in cui la nostra eroina si trova a rispondere "non lo so" alla domanda su come si immagini il proprio futuro, dopo che per anni aveva avuto sempre la risposta pronta, come se questa fosse preconfezionata, su misura per lei, appresa a memoria e ripetuta a macchinetta quando richiesto. Questo - l'idea del futuro preconfezionato e coerente con ciò che la società si aspetta - è solo uno degli elementi che finiscono per formare una pesante e opprimente campana di vetro, che con un tonfo sordo cala sulla protagonista, rinchiudendola in una gabbia buia e soffocante in cui si sviluppa la sua follia. Dopo il suo rientro dal soggiorno a New York, infatti, la storia subisce una radicale svolta: quasi senza nessun sentore o preavviso, Esther Greenwood impazzisce. Conosciamo finalmente il suo nome per intero, che ci entra nella testa a causa delle numerose volte in cui le infermiere della clinica psichiatrica o gli psicologi lo pronunciano. Come se tornando a casa si levasse la maschera dell'adolescente gioiosa che era durante il soggiorno, la protagonista diventa una figura immobile e apatica: non si lava più, non legge più e non dorme più, rintanata per innumerevoli giorni ma soprattutto notti nella propria nera depressione. Il tono prevalentemente vivace della prima parte, concentrato soprattutto sui fatti, viene sostituito da una voce cupa e rauca che riflette un'interiorità tarlata, corrosa. Molto più spesso ci si lascia andare a brevi descrizioni, che non occupano più di cinque o sei righe, ma che sono ricche di immagini allusive ed evocative, sempre rientranti nel campo semantico della cupezza, dell'oscurità, della morte.
Questo romanzo di Sylvia Plath scaturisce da un'esperienza autobiografica: l'autrice, come Esther, dopo aver svolto studi brillanti e aver ottenuto una borsa di studio tentò il suicidio e venne sottoposta a cure psichiatriche una volta tornata a casa. Identificare le due persone, quella reale che scrive e quella immaginaria che ne diventa l'immagine, come un'unità è molto semplice: Esther parla in prima persona e dalla sua narrazione traspare il dolore della scrittrice stessa. 
Mi hanno sempre affascinato le storie di malattie psichiche che si svolgono in ospedali psichiatrici e analizzano i casi più disparati. Penso che questo romanzo, però, un po' si distingua dagli altri, perchè la follia viene raccontata su un piano interamente personale, quasi tralasciandone gli aspetti "scientifici": Esther racconta ciò che sente dentro di sè, gli istinti che la colgono, mentre la terapia non viene analizzata se non in rapidi flash.
L'elettroshock non è altro che un attimo, le sedute dal primo psicologo sono brevissime e inconcludenti, pressochè vuote di contenuto; la descrizione delle cliniche non è molto approfondita e solo rapidi sprazzi di quotidianità vengono riportati. Addirittura i colloqui
con la dottoressa Nolan - dei quali il lettore capisce tramite fuggevoli cenni che sono più lunghi, approfonditi e utili - non vengono riportati se non quando la voce narrante si ricorda di una cosa che ha riferito e la riporta così, come per caso. Il processo che la porta fino alla guarigione è come cancellato; lo sprazzo di tempo collocato tra l'inizio del ricovero e la possibile uscita è come offuscato da un'intensa luce davanti alla quale si può intravedere qualcosa solo stringendo gli occhi a fessura. Ciò mi lasciata un po' titubante, perchè avrei trovato molto più interessante capire a fondo i meccanismi mentali che scattano durante la riabilitazione, mentre qui l'accento è posto soprattutto, o anzi solamente, sul periodo oscuro di estremo dolore che la precede. Se state cercando un romanzo che descriva in modo più preciso il tipo di malattia, come la si cura e gli ambienti psichiatrici questo non fa per voi. 
In generale, però, La campana di vetro è una lettura scorrevole e adatta per chi è affascinato dalle dolorose deformazioni della mente e semplicemente da come queste si riflettano sull'Io. Inoltre, trovo che sia scritto molto bene e che ci siano parti liriche, in cui la protagonista sembra entrare in una dimensione di profonda connessione con la propria intimità, descritte splendidamente. 


VOTO                                    

martedì 24 novembre 2015

Berlin - Fabio Geda, Marco Magnone

Berlin - Fabio Geda, Marco Magnone
Pagine: 202
Edizione: Mondadori


TRAMA                                                                                    
E' l'Aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha decimato uno dopo l'altro tutti gli adulti di Berlino. In una città spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per sopravvivere con un'unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro.
Tutto cambia quando qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall'isola dove viveva con Christa e le ragazze dell'Havel.
Per salvare il bambino, Christa ha bisogno dell'aiuto di Jakob e dei suoi compagni di Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino all'aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città. 


RECENSIONE                                                                                                                           
Non mi aspettavo un libro simile da Fabio Geda, mi incuriosiva; inoltre il titolo, Berlin, non poteva passare inosservato ai miei occhi. Mi sono innamorata di Berlino il 30 Agosto 2014, da quel giorno me la porto nel cuore e ogni libro che vi sia ambientato deve essere mio. Diciamo che mi serve per sentirla più vicina, per farmi rivivere la sua atmosfera. L'atmosfera di questa Berlino di Geda e Magnone non è quella che io ho conosciuto: rispetto alla Berlino in evoluzione e in fermento, piena di cantieri e persone da tutto il mondo, questa è una città statica, immobile e permeata dalla morte. Il muro è una ferita che la spacca in due; il virus che ha sterminato gli adulti l'ha resa ancor più desolata. 
Quasi scimmiottando le grandi potenze che dopo la Seconda Guerra Mondiale si divisero la Germania, i ragazzi sopravvissuti si raggruppano in 5 zone distinte nei punti focali della città , dove si trovavano i monumenti più imponenti o i più famosi luoghi di aggregazione: il quartiere di Gropiusstadt, l'Havel, il Reichstag, l'aeroporto Tegel e lo Zoo. Le età sono varie, tra i personaggi principali si va dai 9 ai 14 e 15 anni; si arriva fino a 18 o 19 fra i veterani trattati con riverenza, perchè scampati di due o tre anni al virus e perchè si portano la morte addosso, come un diavoletto sulla spalla che potrebbe attaccarli da un momento all'altro. Questi numeri che definiscono l'età, però, sono solo convenzioni, poichè è facile dimenticarsi che chi abbiamo davanti ha quattordici anni, nel momento in cui inizia a camminare sui carboni ardenti: il contesto darwiniano di lotta per la sopravvivenza li forza a crescere più velocemente ed anche i ragazzini più piccoli assumono atteggiamenti poco consoni. Li ho sentiti tutti molto distanti, poco realistici e non sono riuscita a tifare per qualcuno in particolare anche nei momenti di scontro, perchè la narrazione a capitoli brevi e il ritmo serrato non mi hanno dato il tempo di affezionarmi. Le ambientazioni sono accennate, si mette il fuoco solo su qualche zona, per esempio il quartiere intorno al Tegel con i graffiti e le vetrine rotte, e la maggior parte dell'azione si svolge la sera, per cui si possono intuire atmosfere cupe e quasi spettrali, ma niente di più.                 
I personaggi sono piatti, privi di descrizione fisica e caratterizzazione; son tutti privi di un passato tranne Christa e Jakob che, ogni tanto, sono tormentati dai flashback di una vita che non esiste più. Tra i due si può intuire un legame che mi ha ricordato le faville rosse che si nascondono sotto le braci spente, e che basta soffiarci sopra per far rivivere un fuoco. E' un'affinità appena abbozzata, che si presuppone verrà portata avanti nei successivi libri della serie (esattamente, sette).
E' un libro scorrevole dalla scrittura semplice, che si basa sui fatti, l'azione e si legge tutto d'un fiato, ma che non mi ha entusiasmato nè emozionato. Mi ha lasciata abbastanza impassibile anche il finale, nonostante non fosse come me l'ero aspettato. 
Forse una storia che non ha appagato le mie aspettative, perchè non adatto a me, alla mia età e al livello delle mie solite letture; penso, al contrario, che a un pubblico giovane, per esempio dai 12 anni possa risultare estremamente piacevole e soddisfacente. Per questo, non mi sento di punirlo, ma semplicemente di affidarlo ad altre mani.


VOTO: 6  

mercoledì 8 luglio 2015

Le vergini suicide - Jeffrey Eugenides

Le vergini suicide - Jeffrey Eugenides
Pagine: 266
Edizione: Mondadori
Titolo originale: The virgin suicides


TRAMA                                                                                      
Un narratore collettivo, voce di un gruppo di coetanei maschi, rievoca a vent'anni di distanza la vicenda delle cinque sorelle Lisbon, oggetto proibito della loro adolescenza, avvolte in un'aura di mistero che la tragica fine comune - si sono tutte tolte la vita nel breve spazio di un anno - ha fissato per sempre. Nella memoria di questi antichi, tenacissimi spasimanti, esse divengono il simbolo di una possibilità remota e perduta: l'irruzione di un fremito ignoto nel mondo tranquillo, ordinario, opprimente dell'America suburbana degli anni Settanta. 



RECENSIONE                                                                                                                             
Cecilia, Bonnie, Lux, Mary, Therese. 
Tagli sui polsi, voli da una finestra, una testa nel forno, il monossido di carbonio di un auto, una corda appesa al soffitto, una smisurata quantità di sonniferi. 
Le cinque sorelle Lisbon sono giovani e carine, ma fin dall'inizio (il titolo è già di per sè uno spoiler) sappiamo che il destino che le attende non è brillante. Questo libro non è un giallo, non si basa su indagini o suspence da batticuore; non c'è bisogno di mantenere segreto il finale. E' un documentario scritto, una raccolta di informazioni sulla morte, più che sulla vita, di cinque sorelle che in un piccolo e noioso paesino erano diventate l'ossessione quasi morbosa di un gruppo di ragazzi. Erano le cinque attrici illuminate sullo schermo di un cinema, mentre il pubblico davanti a loro era oscurato. I giovani ammiratori sono solo ombre parlanti, che riportano testimonianze dirette e indirette, ma che non si considerano abbastanza importanti da dirci il loro nome, come se non volessero togliere l'attenzione dalle star dello show. 
Il libro inizia col botto. Fin dalla prima pagina è scorrevole, coinvolgente, non si riesce letteralmente a smettere di leggere. L'ho iniziato di notte, ero stanca e mi son detta che avrei letto una pagina o due prima di dormire, ma invece di un po' di pagine ho letto un po' di capitoli e il pentimento è arrivato solo la mattina dopo. 
E' Cecilia a dare inizio alle danze, il suo primo piano ben fissato dalla cinepresa, che poi si sposta ad inquadrare una vasca da bagno, una macchia di sangue, i polsi tagliati. Per un bel po' di capitoli tutto sembra ruotare attorno a lei: le stanze di casa, una festina nel seminterrato, il giardino, la scuola. 
Il documentario prosegue dipingendo le reclusione delle ragazze e il degrado della casa sia all'esterno che all'interno, nei muri e in chi la abita. La condizione in cui vivono è portata all'estremo, ai limiti del reale e dell'immaginabile. E' come se fossero all'interno di una favola distorta e in contrasto con sè stessa: i loro capelli sbarazzini, le loro gonnelline e l'ammirazione che tutti hanno di loro le fanno sembrare principesse, ma in realtà la loro vita è molto peggio di quella di Cenerentola e sembra che nessuna fatina possa salvarle e portarle dal principe azzurro. Si può dire che la matrigna sia composta da due persone in uno stesso corpo: la madre, troppo presente, e il padre, troppo assente. La madre è possessiva, bigotta, rappresenta l'amore materno soffocante; il padre è succube, passivo, un complice della sconsideratezza della moglie.
Dopo la detronizzazione di Cecilia, la corona si posa sul capo di Lux, di certo la mia preferita. Lux è delle quattro la più ribelle, la più stilosa, la più anticonformista. Spicca tra tutte le testoline bionde delle altre e sembra essere l'unica che si può salvare, l'unica che non si farà schiacciare dagli opprimenti muri di casa e che combatterà con tutte le sue armi: sigarette, relazioni amorose decisamente poco caste, occhiate sensuali e vestiti che lasciano poco all'immaginazione. Ma dietro tutto questo sembra nascondersi una grande tristezza cronica, come se tutto il resto fosse solo un'armatura per non lasciar vedere ciò che la divora dall'interno.
Mi sarei aspettata che, dopo tutta la cura dedicata a descrivere le prime due sorelle, il testimone sarebbe passato di mano in mano tra Bonnie, Mary, Therese, ma questo non avviene. Mi è sembrato un trattamento poco equo che due delle cinque vengano messe sul piedistallo e che le altre vengano lasciate nell'ombra, oltretutto perchè tutto lo spazio che sta in mezzo tra l'inizio e il finale è una narrazione lenta e monotona che si sarebbe potuta utilizzare meglio.
L'unica altra cosa che mi è piaciuta molto, oltre al personaggio di Lux, è stata l'ironia distaccata con cui l'autore sembra prendere in giro i giornalisti e i medici che si occupano del "suicidio patologico" delle cinque sorelle: chi le ritrae come cinque sataniste dal comportamento eretico e peccaminoso, chi costruisce attorno a loro castelli di carta solo per fare scalpore. Ma soprattutto, la superficialità (purtroppo comune) di chi si limita a biasimarle senza indagare le cause, di chi definisce il suicidio come un virus che la prima di loro ha sparso nella casa infettando le altre.
Finalmente, ormai quasi giunto al termine, il libro si riscuote e si conclude con un monologo di grande enfasi oratoria del narratore.
Un libro con un bell'inizio e un bel finale, ma con in mezzo una vallata che si sarebbe potuta riempire di terra fino a raggiungere il livello degli altri due picchi.

"Non riuscivamo a immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene: il vuoto e la calma. E abbiamo dovuto imbrattarci il muso nelle loro ultime tracce, orma fangose sul pavimento, bauli calciati via, respirare per sempre l'aria delle stanze dove si sono uccise. In fondo non contava quanti anni avessero, o che fossero delle ragazze, ma solo il fatto che le avevamo amate e che loro non avevano udito il nostro richiamo."


VOTO: 6,5

martedì 26 agosto 2014

La fattoria degli animali - George Orwell

La fattoria degli animali- George Orwell
Pagine: 140
Edizione: Mondadori
Titolo originale: Animal farm


TRAMA                    
Gli animali della fattoria Manor decidono di ribellarsi al padrone e di instaurare una loro democrazia. I maiali Napoleon e Palla di Neve capeggiano la rivoluzione che però ben presto degenera. Infatti Napoleon, dopo aver bandito Palla di Neve, introduce una nuova costituzione: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri". La dittatura e la repressione fanno riappacificare gli animali con gli uomini che ormai non appaiono più agli ex-rivoluzionari molto diversi da loro.


RECENSIONE                   
Posso finalmente dire di aver letto il famoso Animal farm, un altro classico che si aggiunge alla collezione. 
Si tratta di un sottile libricino di solo 140 pagine, ma come dice il detto "nella botte piccola sta il vino buono" e in poco spazio vengono trattati dei temi importanti. 
Se 1984 è un distopico, quindi la storia di un mondo irreale e frutto della mente dello scrittore, quella di questo libro è una situazione estremamente realistica in cui solo i personaggi sono surreali. Si tratta, appunto, di animali parlanti che agiscono come uomini. 
Dopo averlo finito mi sono interrogata per un po' di tempo su quale possa essere il motivo che ha spinto Orwell a fare questa stramba scelta.
Un motivo potrebbe essere il voler affrontare il tema della natura che si ribella contro le continue pressioni dell'uomo, perchè si tratta pur sempre di un argomento molto sentito e ricorrente, soprattutto nella filosofia, che si estende dalle catastrofi naturali fino a toccare il mondo animale. Un'altra ragione che penso si addica di più ai classici toni di denuncia dell'autore, potrebbe essere l'uso della bestia come allegoria satirica per paragonarla all'uomo, anzi, per rendere quest'ultimo addirittura più debole e succube.
La situazione dalla parvenza comica creata nel principio si rivela celatamente spaventosa e preoccupante. L'atmosfera di rivoluzione e di desiderio di sovvertire l'ordine delle cose si trasforma nel corso delle pagine nell'analisi di una dittatura che si nutre dell'ignoranza del popolo. In questa situazione a cui veniamo messi a fronte ci sono molti punti in comune con 1984, tra cui in maniera molto rilevante il controllo dei mezzi di comunicazione e informazione pubblica. In questo caso, è uno dei maiali al seguito del capo Napoleon a fare da portavoce, unico mezzo di accesso alle notizie che, prima di essere divulgate, vengono rigorosamente plasmate e alterate. 
Il resto degli animali è ipnotizzata e inerme sotto la coltre di bugie e persuasione esagerata a cui vengono sottoposti e anche ciò che davano per certo, come per esempio eventi vissuti personalmente nel passato, risultano come avvolti nella foschia e tutti cominciano a convincersi di essere in errore, tutte le certezze crollano.
E' stato veramente inquietante seguire questo processo: è un vero e proprio lavaggio del cervello, una violenza psicologica che risulta essere molto peggio di quella fisica, che emerge solo in seguito attraverso l'eliminazione di oppositori e dissidenti.
Il finale è un'immagine agghiacciante, la figura antropomorfa decisamente simbolica di un maiale-uomo o uomo-maiale, ormai indistinguibili, che rappresentano chiaramente un potere poco dignitoso e vorace che punta solo al bene per sè, agli agi e al lusso. 
Penso che questo breve romanzo possa essere l'emblema del libro classico per eccellenza: i must della letteratura hanno la qualità di durare nel tempo e risultare sempre attuali.. La fattoria degli animali, pubblicato negli anni '40, risulta molto più recente di quel che è; scrive di una realtà
che, purtroppo, persiste negli anni e finisce per ripresentarsi sempre.
La scrittura è semplice e scorrevole, senza eccessivi elementi forbiti di decoro, il ritmo è scorrevole e la lettura riesce a risultare leggere e "indolore" anche se i contenuti sono molto forti.
Un libro che non ruba molto tempo, ma mette in moto il cervello. Penso che in una libreria con la L maiuscola non possa mancare.


VOTO: 7/8

martedì 12 agosto 2014

Il cavaliere inesistente - Italo Calvino

Il cavaliere inesistente - Italo Calvino
Pagine: 126
Edizione: Mondadori


TRAMA                         
Agilulfo, paladino di Carlo Magno, è un cavaliere valoroso e nobile d'animo. Ha un unico difetto: non esiste. O meglio, il suo esistere è limitato all'armatura che indossa: lucida, bianca e vuota. Non può mangiare, nè dormire perchè, se si deconcentra anche solo per un attimo, cessa di essere. 
Sullo sfondo storico del racconto la guerra tra cristiani e infedeli.
Dietro la trama avvincente delle gesta eroicomiche dei personaggi, si nasconde la rappresentazione del mondo contemporaneo, nel quale la difficoltà di essere, l'unità perduta, il controllo delle illusioni e la fuga da sè stessi dominano la vita dell'uomo.


RECENSIONE                    
Dopo aver letto Il visconte dimezzato ero rimasta un po' delusa dalla semplicità della storia e dai pochi temi trattati, fatta eccezione del messaggio principale del libro, ma con Il cavaliere inesistente le mie aspettative di una trama più complessa sono state soddisfatte. Questo libro è, infatti, più completo sia per quanto riguarda l'intreccio che per altri elementi che fanno da arricchimento. L'unica analogia con il romanzo precedentemente citato è la grande cerchia di personaggi, ma qui, essendo più lungo il racconto, essi sono molto meglio caratterizzati e hanno anche più spazio per muoversi, incontrarsi e incastrare le loro vite con coincidenze e inconvenienti. 
A dirigere questi incontri è un agente esterno molto forte, il destino, che fa sì che avvenga tutto ciò che aveva prestabilito. Un aiutante del fato è la figura della narratrice che è particolarmente presente e significativa, a differenza che nella storia del Visconte, in cui era partecipe, ma non troppo rilevante. In questo caso, si tratta di una donna anziana che ha preso i voti e, chiusa nel suo convento, narra di vicende di cui sostiene di essere venuta a conoscenza tramite racconti dei visitatori. Si presenta solo dopo una trentina di pagine e, in seguito alla sua breve descrizione personale, ogni capitolo è anticipato da sue riflessioni sulla stesura del romanzo.
E' notevole e sorprendente come l'autore riesca, nel finale, a ricongiungere la sua figura esterna con la storia che racconta, ma più di così non posso dirvi, o farei spoiler.
La sua tecnica per raccontarci gli spostamenti repentini dei protagonisti e descriverci le ambientazioni, è quella di farci immaginare il foglio che stiamo leggendo come una piccola mappa in cui tante frecce colorate si muovono in varie direzioni. Questo dettaglio mi ha ricordato Harry Potter e i suoi giornali animati, in cui le notizie cambiano ogni volta che volti lo sguardo e le immagini si muovono per immortalare le scene più significative, o le espressioni del viso.
Per quanto riguarda i personaggi, essi sono i componenti delle schiere di Carlo Magno e principali protagonisti del poema L'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Lo sto studiando proprio ora, durante le vacanze, e leggere un piccolo romanzo che ne narra le vicende è stato piacevole, perchè è sembrato un allegato, un'aggiunta, un dono per farceli conoscere meglio. 
Vari temi sono affrontati da questa piccola opera. Uno è la fuga, elemento che accomuna tutti i personaggi: diretti dall'amore o dal desiderio di trovare le proprie origini, tutti sembrano sempre correre all'inseguimento di qualcuno, o di sè stessi. 
Il prevalente, però, è l'annullamento dell'essere e della personalità di cui Agilulfo e Gurdulù sono emblemi. Il parallelismo contrario tra i due è evidente: il primo non c'è, ma è come se esistesse lo stesso; l'altro c'è e non sa d'esserci. Agilulfo, protagonista di questa storia, è una semplice armatura vuota sempre impeccabile e, pur non essendoci, fa meglio di ogni altro soldato dell'esercito, perchè tutto ciò che lo riempe non è carne, ma forza di volontà. Mi è sembrata una bellissima immagine quella di un uomo sorretto
semplicemente da una meta da raggiungere, uno scopo da compiere, ma è notevole anche quella celata sotto le spoglie di Gurdulù che, rappresentato come "lo stupido del villaggio", a me è stato da subito simpatico, perchè dimostra di saper vivere senza nemmeno il bisogno di percepirsi, ma semplicemente fondendosi con ciò che lo circonda, che sia solo la natura o l'essenza intera dell'universo, diventando nella sua mente un'utensile, una pianta o un animale.
Infine, arriviamo al mio personaggio preferito, l'unica figura femminile rilevante nel racconto: Bradamante. Sembra il nome di una strega leggendaria, di una sibilla il cui solo nominarla fa tremare tutti, ma in realtà è una soldatessa. E' un po' la Mulan di Disney, Eowyn del Signore degli anelli; un'amazzone selvaggia, una combattente segreta, forte e ribelle. Un estremo femminismo e anche una grande consapevolezza di sè dirige ogni sua schermaglia e la fa apparire agli occhi di tutti gli uomini (e soprattutto di Rambaldo) come un'incantevole apparizione sfuggente, una piuma leggera ma determinata, impossibile da acchiappare.
In poche parole, rispetto al Visconte dimezzato ho notato un salto di qualità. 
Ho apprezzato moltissimo il linguaggio immaginifico e metaforico spesso utilizzato e penso che, in queste poche pagine, sia scritto celatamente molto più di quanto appare.


VOTO: 8,5

martedì 15 luglio 2014

Il visconte dimezzato - Italo Calvino

Il visconte dimezzato - Italo Calvino
Pagine: 91
Edizione: Oscar Mondadori


TRAMA                    
Il visconte Medardo di Terralba si presenta all'accampamento cristiano in Boemia per partecipare alla guerra contro i Turchi. Durante la prima battaglia si mette però incautamente davanti alla bocca di un cannone e viene dimezzato. I medici trovano una metà del visconte, la curano, e la rimandano a casa. Ma, presto, questa metà si dimostra cattiva e prepotente. Dopo un po', torna anche l'altra metà, troppo buona e altruista.


RECENSIONE                    
Fin dalle scuole medie mi sono sentita tartassare dagli insegnanti con Il visconte dimezzato, Il cavaliere inesistente e Il barone rampante e sono rimasta abbastanza stupita quando anche al liceo me l'hanno proposto. Perchè consigliare al liceo un libro che consigliavano anche alle medie, quindi adatto ad un pubblico di età inferiore? E solo leggendo ho potuto risolvere il quesito.
Ebbene sì, perchè Il visconte dimezzato è una storiella molto breve e semplice, di appena 90 pagine, che si legge in un soffio. E' introdotta da una prefazione altrettanto corta di Calvino stesso che ci spiega quale sia lo scopo della scrittura di un libro del genere: la voglia di far divertire il lettore, di non annoiarlo, di farlo sentire come se fosse piacevolmente seduto sui seggiolini imbottiti di un teatro per assistere ad una commedia.
La voce narrante è quella del nipote, all'epoca bambino, di Medardo che racconta tutti gli avvenimenti del passato. 
I personaggi sembrano proprio quelli di una rappresentazione teatrale, perchè sono abbastanza grotteschi e ognuno, pur essendo poco caratterizzato a causa della brevità della storia, ha le sue caratteristiche strambe. Quelli che mi hanno colpito di più sono il dottor Trelawney e Pamela. Il dottore non si sa perchè venga definito in tal modo, avendo degli interessi tutti suoi per i fuochi fatui nei cimiteri o gli insetti dei boschi, mentre Pamela è una contadinella che, senza evidente motivo, fa innamorare di sè entrambe le metà dei visconti e, non volendo nessuna delle due, si ritira a vivere nel bosco in compagnia della sua anatra e della sua pecora. Quest'ultima, pur sembrando un personaggio di minimo spicco, risulta essere estremamente essenziale per la risoluzione dei fatti, come fosse l'aiutante delle fiabe.
Nel romanzo sono presenti alcuni tratti storici, perchè si fanno riferimenti alla guerra contro i turchi, in cui il visconte resta dimezzato, e anche spesso alla divisione del paese tra Cattolici e ugonotti con due stili di vita
abbastanza differenti, ma entrambi afflitti dalle cattiverie di Medardo. La metà di uomo è, infatti, l'incarnazione della malignità e della spietatezza. Ma presto, giunge in paese anche l'altra metà, che è l'esatto contrario. La cosa interessante è vedere come, nonostante ciò che si possa pensare, le due metà non riescano a compensarsi, perchè mentre una è esageratamente cattiva, l'altra riesce ad essere poco piacevole pur essendo esageratamente buona. 
Questo dimostra come, nonostante la parvenza di essere una semplice rappresentazione a scopo di intrattenimento, l'autore voglia svolgere una specie di analisi nell'animo della persona. Le due metà, infatti, funzionano come lo yin e lo yang: valgono nella loro interezza solo se amalgamate, solo a quel punto complete, perchè se separate, risultano troppo estreme, respingendosi. 
Il finale è molto chiaro su questo messaggio e anche alcuni altri passaggi del libro in cui vi sono dialoghi abbastanza profondi su come solo conoscendo un'estremo, una metà di qualcosa, si possano vedere le cose da un diverso punto di vista e apprezzarne in seguito l'interezza. Rende chiaro qualcosa su cui non avevo mai riflettuto più di tanto ovvero come, analizzando a fondo una porzione di qualcosa, la si possa comprendere meglio di quanto si potrebbe farla considerandola tutta per intero.
E' un romanzo molto breve e penso di poter dire che l'autore ha raggiunto il suo scopo, perchè l'ho trovato piacevole e leggero. Una storia che si legge in un pomeriggio, ma che in poche pagine riesce a creare un personaggio divenuto leggendario insieme agli altri due de La trilogia degli antenati, il cavaliere inesistente e il barone rampante, che sono molto curiosa di leggere.

"Così si potesse dimezzare ogni cosa intera, così ognuno potesse uscire dalla sua ottusa e ignorante interezza. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l'aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai la metà di te stesso, e te l'auguro, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa."


VOTO: 7

martedì 8 luglio 2014

Il sentiero dei nidi di ragno - Italo Calvino

Il sentiero dei nidi di ragno - Italo Calvino
Pagine: 148
Edizione: Mondadori


TRAMA                    
Dove fanno il nido i ragni? L'unico a saperlo è Pin che è orfano di entrambi i genitori e conosce molto bene la radura nei boschi in cui si rifugiano i piccoli insetti. E' lo stesso posto in cui si rifugia lui, per stare lontano dalla guerra e dallo sbando in cui ritrova il suo piccolo paese. Ma nessuno può davvero sfuggire a ciò che sta succedendo qui e nel resto d'Italia. Neppure Pin. Ben presto viene coinvolto nella Resistenza e nelle lotte dei Partigiani, sempre alla ricerca di un grande amico che sia diverso da tutte le altre persone che ha conosciuto. Ma esisterà davvero qualcuno a cui rivelare il suo segreto?


RECENSIONE                   
A scuola mi è stato assegnato Calvino come lettura obbligatoria per l'estate, ma quando la prof ci ha parlato di certe sue trame, come quella di Città invisibili e Palomar ho deciso che lo avrei letto anche se non fosse stato obbligatorio. 
Mi è stato lodato per le sue storie di inventiva, in cui si lavora di fantasia e si lascia libero l'emisfero destro
del cervello: quello colorato, dell'inventiva, dei sogni. Ma mi è stato anche detto di cominciare dal suo primo romanzo e solo dopo averlo letto ne capisco il perchè: Il sentiero dei nidi di ragno è la perfetta manifestazione del lasciar prevalere l'emisfero sinistro, quello della ragione, della logica, del calcolo. 
Calvino ci parla di eventi estremamente realistici, parte della storia che studiamo sui banchi di scuola. Non viene nominato un paese, nè l'anno preciso in cui si svolge, ma è facile dedurlo da sè: è il novecento della resistenza italiana, dei tedeschi, dei partigiani, dei fascisti. Su questo sfondo, viene creata una storia inventata vissuta dagli occhi del protagonista, Pin, un bambino di cui non conosciamo l'età precisa, ma sappiamo essere un giovane cresciuto troppo in fretta e che continuerà a crescere nel corso del romanzo in un inquietante contrasto fra i suoi pensieri innocenti e le sigarette e parolacce che gli riempono la bocca, e in seguito tra la sua purezza e le armi che tiene in mano. Pin ha un linguaggio sboccato, provocatorio che crea un divario tra il registro basso, la maggior parte delle volte dialettale, che costituisce i dialoghi e quello medio/alto della narrazione.
La sua crescita forzata è dovuta al grezzo e duro contesto in cui vive e dalle compagnie di cui si circonda. Venendo respinto dagli altri bambini, a causa del suo caratteraccio: la sua infanzia è un'altalena fra la sua camera, l'osteria e le vie del povero carrugio; tra il tramezzo di fianco al letto attraverso il quale spia la sorella prostituta a letto con gli uomini, tra i racconti sconci e i canti spinti degli adulti bevitori, e gli improperi che gli vengono urlati per strada a causa delle sue misfatte.  
In un contesto simile, il bambino non può che finire in contatto con l'attualità e i crudi avvenimenti che gli si svolgono intorno. Presto si ritrova a dover fare i conti con la guerra vera e propria, con la prigione politica, i fascisti e i loro violenti interrogatori e dalla compagnia dell'osteria, passa alla compagnia di una sgangherata brigata di partigiani. 
L'abilità di Calvino è quella di creare dei personaggi veritieri e vividi, ognuno con la sua particolarità strana e li chiama per soprannome, in modo che siano ancor meglio identificati: così come nel carrugio c'era Pietromagro il ciabattino e Miscel il francese, nella brigata viene in contatto con Lupo Rosso, leggendario partigiano dal carattere forte e ribelle, Pelle coi suoi occhietti lucidi e raffreddati, opportunista e affamato di armi. Di questo sfortunato distaccamento i due che mi sono piaciuti di più sono stati il Dritto e Cugino, perchè a mio parere sono quelli che sono descritti in modo più approfondito, con una migliore introspezione e analisi dell'animo. Il Dritto è il comandante, una personalità altamente ambigua: visto da fuori ha l'aria malata e debole, ma quando apre bocca per impartire gli ordini è deciso e rispettabile. Allo stesso tempo, dentro di lui c'è una grande tempesta, perchè la sua determinazione contro i tedeschi soccombe, spesso, sotto il peso della grande incompletezza che lo affligge; cerca la compassione altrui, ammettendo con estremo vittimismo di essere malato, di non avere le forze.
Cugino è un Dottor Jeckyll e Mr. Hide. E' l'eletto "assassino" che, da solo come un cecchino, parte per le sue missioni contro i nemici con grande determinazione, ma anche grande tristezza negli occhi. Pin, dai suoi occhi puri, lo vede come un gigante buono, l'uomo con la corporatura robusta e la lunga barba che lo salva dalla solitudine del bosco, l'unico in grado di interessarsi ai nidi di ragno.
A proposito di quest'ultimi, quella del sentiero in mezzo al bosco è stata l'ambientazione che ho apprezzata di più. Mentre tutti gli altri sono paesaggi cupi, smorti e rovinati che l'autore si limita a descrivere in poche righe, quello del bosco è il più luminoso e vivo. Con gli occhi di Pin sembra di entrare in una foresta incantata, il suo unico rifugio dalla crudeltà del mondo.
Di notte e di giorno, lui si sente nel suo habitat irraggiungibile, nel posto ideale per far viaggiare la sua fantasia di bambino lontano dalle sparatorie e dalle retate.
Il sentiero dei nidi di ragno sarebbe un libro come molti altri, una cronaca di fatti storici, se non fosse per l'animo dei personaggi che vi si muovono dentro, che non sono solo macchine da guerra, ma persone che riusciamo a percepire palpabili, come se fosse davanti a noi.
Una lettura scorrevole, anche se ci ho messo un po' a farla ingranare, che mi ha invogliato a esplorare altri romanzi dell'autore per avere una vista più ampia sul suo stile.


VOTO: 7/8

domenica 6 luglio 2014

Diary - Chuck Palahniuk

Diary - Chuck Palahniuk
Pagine: 168
Edizione: Mondadori
Titolo originale: Diary


TRAMA                   
Da quando ha sposato Peter, enigmatico compagno di corso alla scuola d'arte, Misty è venuta ad abitare sull'idilliaca Waytansea Island. Ora Peter, dopo un oscuro tentativo di suicidio, giace in coma all'ospedale. E misty tiene un diario per quando (semmai) tornerà alla coscienza. Ma - trattandosi di un'opera di Chuck Palahniuk - è inevitabile che il contenuto del diario sia molto bizzarro: misteriosamente cominciano a sparire una dopo l'altra alcune stanze delle case per le vacanze della zona che Peter aveva ristrutturato. Misty, con l'aiuto di un grafologo, scopre che sulle pareti delle stanza (in realtà murate) sono stati scribacchiati messaggi terribili e minacciosi che a poco a poco svelano verità sconvolgenti su di lei e sul suo destino.


RECENSIONE                    
Dopo aver letto Invisible Monsters, libro che mi ha folgorato su quanta genialità possa essere racchiusa nella mente di uno scrittore, ho capito che Chuck Palahniuk, re delle trame contorte, era nei posti papabili ad entrare nella top five dei miei scrittori preferiti. Ma prima di dargli questo privilegio, dovrò logicamente leggere altri suoi libri e ho deciso di partire con Diary. Penso di averlo scelto perchè la sua trama aveva qualcosa di macabro che mi attira particolarmente in questo periodo, in cui sono affamata di thriller, e devo dire che in quanto al fattore dell'inquietudine sono rimasta abbastanza soddisfatta.
Innanzitutto l'ambientazione è assolutamente perfetta. Ci troviamo su un'isola di nome Waytansea, "una lisca di pesce come la disegnerebbe un bambino: lo scheletro di un pesce, con la testa da una parte e la coda dall'altra. In mezzo, la lunga spina dorsale attraversata dalle costole. Immaginati questo pesce come un'isola ricoperta di case. (...) La testa è la piazza del paese, con il traghetto che va e viene dal porto, ovvero la bocca del pesce. L'occhio del pesce sarebbe l'hotel, e intorno a quello l'alimentari, il ferramenta, la biblioteca e la chiesa."
Penso che questo stralcio rappresenti alla perfezione la capacità descrittiva di questo autore, capace di metafore così vivide da poterci far immaginare ogni cosa così com'è, tutto preciso e minuzioso in ogni piccolo dettaglio (che qui ho omesso, o mi avrebbe occupato tutta la recensione). Solitamente non mi piacciono le descrizioni lunghe, ma se sono ben fatte le trovo sempre piacevoli, perchè trovo che in un libro nulla debba essere lasciato al caso: mi piace poter vedere davanti ai miei occhi tutto, con precisione, ed essere guidata in questo.
Nell'originale contesto vengono inseriti personaggi altrettanto fuori dalla norma, completamente anormali, dove l'unica sana di mente (almeno all'inizio!) sembra essere la narratrice e scrittrice del diario, Misty.
Misty è una donna abbandonata a sè stessa, delusa dalla vita e dal marito che tenta il suicidio facendola sentire inutile, destinata ad una vita di cameriera a cui cerca di evadere bevendo. Ma a sua insaputa, l'isola e i suoi abitanti le hanno assegnato un compito più importante: dipingere.
E tutti, comprese la suocera psicopatica e la figlia appena adolescente ancora più strana, tenteranno l'impossibile per farglielo fare.
La donna racconta gli avvenimenti giorno per giorno nel suo diario, destinato al marito, con un linguaggio aspro e arrabbiato, estremamente realistico, schietto: tipico di Palahniuk.
Vengono inseriti anche sprazzi del suo passato, tutto ciò che riguarda la sua infanzia di povertà, il suo talento per la pittura e la relazione con suo marito.
Una relazione assolutamente anormale, con un uomo un po' morboso e misterioso, una storia che aggiunge un altro pizzico di mistero, ma che alza anche il livello del libro con dei dialoghi e degli scambi di battute degni di nota.
Oltre a questo ci racconta del suo lavoro, delle sue visite alle case dalle camere scomparse, piene di scritte quasi "minatorie", profezie di morte e improperi. Nel corso del libro nascerà un legame tra queste scritte e altre, lasciate nei libri della biblioteca, scritte sui tavoli del ristorante dell'hotel, nei libretti della chiesa fino a creare una specie di caccia al tesoro inquietante.  
In queste imprese è accompagnata dal grafologo Angel, il cui nome è tutto un programma, la solita ironia di questo autore, perchè Angel cercherà di "redimere" Misty, ma in realtà la sua presenza darà vita ad una svolta abbastanza drammatica per la stabilità mentale della protagonista. Ancora una volta, niente è come sembra e questo cambiamento è totalmente inaspettato, il classico segreto che quando viene svelato ci lascia imbambolati per un attimo e poi ci fa ridere per la sua parvenza di irrealtà.
Mi aspettavo un finale quasi tragico, ma in un libro di questo tipo ogni nostro pensiero di una possibile soluzione verrà immancabilmente demolito e si termina con un avvenimento abbastanza surreale e "malato" proprio come avrebbe dovuto essere.
Chuck Palahniuk è davvero un genio del male e solo chi ha voglia di restare veramente stupito può affrontare questo libro, e io ho voglia di restarlo ancora una volta: per questo ho già pronti altri tre suoi libri nel mio scaffale.


VOTO: 8,5 

domenica 27 aprile 2014

Sull'amore - Hermann Hesse

Sull'amore - Hermann Hesse
Pagine: 338
Edizione: Mondadori
Titolo originale: Wer lieben kann, ist glucklich


TRAMA
"La felicità è amore". Felice è chi sa amare. L'amore adolescenziale, l'esperienza d'amore matura, l'amore per l'umanità in un'antologia di testi poco noti dello scrittore.


RECENSIONE
Quando l'ho visto in libreria, mi sono sentita subito attratta da questo libricino rosso e spesso. Con la cordina a fare da segnalibro sembrava quasi un diario, qualcosa di intimo e personale; considerando anche l'autore, sapevo che non sarebbe stato un libro superficiale.
Sull'amore è un'antologia che raccoglie riflessioni, poesie, racconti, o anche solo brevi frasi, infatti alcune pagine sono quasi completamente bianche con solo due righe poste al centro.
I racconti riguardando tutti l'amore tra uomo e donna, perciò si sa già che il protagonista incontrerà qualcuno di cui si innamorerà. Fin dalla prima pagina, quindi, si legge la storia in una specie di "apnea" in attesa dell'incontro, del momento in cui tutte le emozioni raggiungeranno il culmine e nascerà l'amore. E' estremamente interessante vedere come l'autore descrive questo sentimento che nasce e cresce dentro ai suoi protagonisti; e lo è ancor di più il fatto che non sempre ciò avvenga. Nei brevi testi, infatti, ci vengono svelate molteplici facce dell'amore; le storie sono tra le più varie: amori corrisposti, ma ostacolati da fattori esterni, amori bloccati sul nascere, amare senza essere ricambiati o essere amati senza ricambiare.
La storia più bella è, a mio parere, "Iris - una fiaba", una storia ricca di descrizioni di natura e sentimenti; mi ha letteralmente rapita. E' la storia di Anselm, che parte come un bambino che si perde nel giardino in mezzo ai gladioli azzurri e immaginava mondi che non esistono; diventa un adolescente sfuggente, irritabile e vuoto, a cui manca qualcosa, e in seguito un uomo a cui sembra non mancare nulla. Finchè un giorno, conosce l'attrazione per Iris, grazie alla quale svolgerà un'analisi su sè stesso fino a conoscersi nel profondo.
Purtroppo, non tutte mi hanno coinvolta ai livelli di questa, ma quando si tratta di antologie è difficile che, avendo una vasta scelta, tutto ciò che si legge risulti sullo stesso livello.
Un climax attraversa la raccolta: l'autore arriva ad analizzare l'amore in tutte le fasce d'età. Partendo dalle cotte adolescenziali, e dal sapore del rischio che si prova quando si bacia una ragazza di nascosto, arriva fino all'età adulta. Si sente il cambiamento nelle descrizioni e nel registro; in vari racconti arriviamo a comprendere anche i dubbi che assalgono una persona matura quando si trova davanti a questo enorme fenomeno che è l'amore che, a quanto pare, suscita sorpresa e stupore ogni volta che lo si prova, anche su chi è maturo e "vaccinato".
Un elemento onnipresente è la natura. Il libro potrebbe, infatti, essere diviso in due parti precise, perchè senza preavviso,  la riflessione sembra spostarsi un po'. Mentre le prime pagine erano narrative e la natura vi faceva solo da cornice, verso la fine il tema dell'amore comincia ad essere trattato in modo più filosofico e spirituale, soprattutto per quanto riguarda il rapporto dell'uomo con il mondo che lo circonda.
La natura, secondo Hesse, è ciò che ci rende completi e bisogna viverne in contatto, fondersi con essa.
Da questa raccolta mi sarei aspettata termini molto ricercati, un linguaggio forzatamente forbito. In realtà, si è rivelata piacevole e leggera, pur senza essere superficiale, e penso possa essere apprezzata soprattutto come lettura di stallo, per fare una pausa, per staccare un po' la testa rimanendo a contatto con grandi autori.


VOTO: 7

venerdì 14 giugno 2013

Il vecchio e il mare - Ernest Hemingway

Il vecchio e il mare - Ernest Hemingway
Pagine: 96
Edizione: Mondadori
Titolo originale: The old man and the sea



TRAMA
Dopo ottantaquattro giorni durante i quali non è riuscito a pescare nulla, il vecchio Santiago vive, nel suo villaggio e nei confronti di sé stesso, la condizione di isolamento di chi è stato colpito dalla sfortuna.
Ma ritroverà la speranza e riprenderà il mare per una disperata caccia a un enorme pescespada con cui Santiago stabilisce, forse per la prima volta, una vera fratellanza con le forze della natura.
 
 
RECENSIONE
Ero molto curiosa di leggere questo classico, perché tutti lo esaltano come una grande opera filosofica.
Mi ero immaginata una storia alla Moby Dick, con il capitano coinvolto in una dura battaglia contro la balena, mentre non è stato così.
Innanzitutto più che un romanzo è un racconto lungo, di un capitolo unico.
In quanto a narrazione non parla pressoché di niente: il protagonista è un vecchio che, dopo 82 giorni di pesca infruttuosa, non smette di sperare e si spinge molto al largo. Qui incontra il più grosso pescespada che abbia mai preso e che lo metterà a dura prova trascinando la barca per tre giorni.
Essendo pochi gli argomenti e i colpi di scena, può risultare molto ripetitivo in più punti e anche un po' pesante perché, nonostante la scrittura sia semplice, talvolta vengono utilizzati termini specifici della pesca (informatevi un po' sull'argomento prima di leggerlo!) e vengono minuziosamente descritti tutti i particolari: ogni movimento del protagonista e  ogni spostamento della lenza.
In questo punto, l'unica cosa più interessante sono stati i pensieri del pescatore, reso molto saggio dall'esperienza e dalla vecchiaia.
A causa di questa narrazione un po' "immobile" ho letto buona parte del racconto in modo un po' forzato. Arrivata, però, quasi alla fine ho capito che la narrazione è solo una minima parte di questo romanzo: il tutto è incentrato sull'enorme, profondo (e anche interpretabile) messaggio di questa impresa.
Il pescatore spingendosi al largo ha superato un limite e perciò si imbatte in qualcosa di più grande di lui, una battaglia da cui uscirà vincitore per il coraggio e il suo grande animo; ma anche sconfitto, a dimostrazione del fatto che contro la natura e il suo corso l'uomo non può niente.
Mi ha colpito parecchio il rispetto dell'uomo nei confronti della sua preda.
Lo chiama "fratello" e "amico", ma per colpa di una necessità umana, che è il nutrimento, è costretto a vederlo come una vittima da abbattere.
Sicuramente un grande romanzo sulla solitudine, sul coraggio di combattere strenuamente per uno scopo, e sul rispetto, anche se inteso tra uomo e animale.
Mi ha dato motivo di discussione e confronto, sia con me stessa che con altri lettori; elemento che denota tutti i classici senza tempo.
 
 
VOTO: 7,5


venerdì 19 aprile 2013

Non ti muovere - Margaret Mazzantini

Non ti muovere - Margaret Mazzantini
Pagine: 295
Edizione: Mondadori


TRAMA
Una giornata di pioggia, uno stop non rispettato, una ragazza di quindici anni che frena, scivola e cade dal motorino. Una corsa in ambulanza verso l'ospedale. Lo stesso in cui il padre lavora come chirurgo. Immobile nella sua casacca verde, mentre un collega opera sua figlia, Timoteo rimane in attesa. E, nel terrore dell'evento estremo, racconta, getta la sua maschera di fermezza e cinismo, di padre e marito modello, per svelare un'immagine di sè straniata e violenta. Parla a sua figlia Angela, parla a se stesso nel silenzio che lo circonda. Rivela alla figlia un segreto doloroso, una sua storia d'amore squallida eppure potente e viscerale con una donna derelitta. Nella speranza di poter barattare le parole con il silenzio del coma, la morte con la vita.


RECENSIONE
Finalmente, dopo un bel po' di tempo in cui lo avevo lasciato nel "dimenticatoio", ho riletto questo libro per la quarta volta. E' il primo romanzo della Mazzantini in cui mi sono imbattuta e inizialmente non mi era piaciuto molto, avendolo letto con un po' di superficialità, mentre le volte successive mi aveva colpito. 
Ormai dovrei saperlo a memoria, ma in realtà ho ritrovato alcuni dettagli che mi erano sfuggiti, o mi ero dimenticata, e che mi hanno permesso di apprezzare maggiormente questo libro.
Per esempio, non ricordavo quanto fossero calcati gli aspetti della maternità e la dipendenza di Timoteo dal suo amore segreto. Quello che prova per la donna è un'amore carnale, vorace, un'attaccamento quasi esagerato. 
Ad un pubblico giovane questo potrebbe risultare difficile da comprendere, mentre con la scrittura dell'autrice ci si immedesima e ci si lascia trasportare con facilità.
Per quanto riguarda appunto la scrittura, nel libro vi si nota un radicale mutamento. 
Nella parte iniziale è schietta, cruda, quasi graffiante e violenta, così come le vicende che vengono raccontate; poi avviene una svolta nella storia, nasce l'amore e con esso sboccia anche lo stile, che torna ad essere quello classico della Mazzantini, quello a cui ero abituata: pieno di immagini poetiche, metafore ma allo stesso tempo realistico.
Quella che ci viene raccontata però non è un'unica storia.
Timoteo parla direttamente alla figlia in coma, come fosse in un confessionale, e quindi oltre ai flashback di questo amore passato, viviamo la situazione presente e leggiamo anche i pensieri dell'uomo o le sue considerazioni sulla moglie, sulle persone che lo circondano ora o che lo circondavano.
Questo, oltre che aumentare il coinvolgimento, aumenta anche la "suspense", se così si può chiamare. Il lettore infatti continua a leggere per sapere cosa succederà alla figlia di Timoteo, quale sarà il suo destino dopo l'incidente.
Nonostante avessi già affrontato questa lettura parecchie volte, mi ha sorpreso ed emozionato di nuovo e l'ho vissuta a pieno. Ho notato, infatti, una particolarità presente sia in questo libro che in "Venuto al mondo": le storie le vivi fino in fondo. La scrittrice è capace di prenderti così tanto che, quando ti stacchi, ti senti spaesato e ti serve un po' di tempo per ambientarti di nuovo nella realtà.
In conclusione, questa è una storia che ho sempre trovato abbastanza fuori dal comune e che non mi son per nulla pentita di aver riletto.


VOTO: 9

domenica 14 aprile 2013

Venuto al mondo - Margaret Mazzantini

Venuto al mondo - Margaret Mazzantini
Pagine: 529
Edizione: Mondadori


TRAMA
Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all'aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali nel 1984 traghettò Gemma verso l'amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d'amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea.


RECENSIONE
Della Mazzantini ho letto due romanzi di cui uno, Non ti muovere, tre volte (che oltretutto sto rileggendo di nuovo). E' sempre riuscita ad emozionarmi e quindi ero ansiosa di cominciare questo.
Il paesaggio che ci circonda è quello di Sarajevo, terra martoriata dalla guerra, di cui riviviamo i momenti attraverso gli occhi di Gemma che dal presente torna al passato con continui flashback. Questi sbalzi temporali non creano confusione, sono ben incastonati l'uno con l'altro e servono per notare ciò che è cambiato anche nell'animo della protagonista.  Mi è sembrata una donna "usata", rassegnata alla vita e infinitamente triste, oltre che ossessionata dai due temi che, essenzialmente, compongono la storia. Il primo è la maternità, un aspetto della vita che può esser dato per scontato, una cosa naturale, ma che in questo libro assume una natura differente. E' ricercata, acquisita e perduta ripetutamente; ci fa capire che è un dono enorme, nel momento in cui manca lacera e distrugge. Così come la guerra, e come l'amore malinconico e straziante tra Gemma e Diego, il secondo problema che affolla la mente della nostra compagna di viaggio a Sarajevo. Questo amore mi ha avvolto a tal punto che anche a me è sembrato di viverlo e di innamorarmi. Appena chiudevo il libro, avevo voglia di riaprirlo e di lasciarmi avvolgere di nuovo.
Questo coinvolgimento è aiutato anche dal modo di scrivere della Mazzantini. Amo veramente la sua scrittura; trovo che abbia un ché di poetico nella sua schiettezza, nelle sue frasi brevi con numerosi punti, pieni di metafore. Crea atmosfere suggestive e quasi magiche, nonostante sia allo stesso tempo terribilmente reale. 
Mi è rimasto impresso un passaggio in cui descrive una telefonata: Gemma nella cabina telefonica con la cornetta all'orecchio,  nel filo parte il proiettile che sorvola la città e passa sopra case, persone, laghi, fino ad arrivare a destinazione e ad una voce che dice "Pronto". Penso che riuscire ad emozionare descrivendo una telefonata sia notevole.
I capitoli sono lunghi ma composti da paragrafi brevi, che a mio parere agevolano la scioltezza nella lettura. Nonostante questo, è un romanzo molto intenso ed ogni tanto c'è bisogno di staccarsi, di fare una pausa e respirare un po'. E' come se ti risucchiasse; ti porta via l'anima e ti lascia un vuoto nella pancia. 
Grazie a questo libro sono venuta a conoscenza di particolari terribili di una guerra di cui non sapevo quasi nulla, e di conflitti interiori che le persone vivono anche durante i periodi di pace e della vita quotidiana.
Mi ha emozionato tantissimo.


VOTO: 9/10